Stop the Genocide, end the Siege - BDS Israel 

Palestine Free Forever

Israele è isolato!

Questa settimana, in una breve intervista, il maestro Zubin Mehta, senza esitazione ha scelto una formulazione categorica su una sola questione:

"Ammiro gli israeliani ... per la loro pazienza per la politica di status quo nella quale il loro governo li ha portati. Una situazione in cui nulla progredisce. Sono molto preoccupato, lo dico come uno che conosce molto bene l'immagine di Israele in tutto il mondo. Israele è isolato, e io lo ripeto: isolato ". Più tardi, in un flusso di associazione: "Odio immaginare cosa accadrebbe se uno degli insediamenti dovrebbe essere evacuato. Dopo tutto, i coloni dicono che potrebbero essere rimossi solo camminando sui loro corpi morti.': Pensate l'aspetto umano. Non si può prendere la terra a qualcun altro e spiegare è tua secondo la Bibbia. E 'come se noi, credenti nella religione zoroastriana, chiedessimo ora la terra all'Iran perchè mille anni fa abbiamo vissuto lì.Schermata 2016-04-21 alle 22.22.32

Egitto ed Arabia Saudita oscurano Al Manar, Israele ringrazia

Uno dei canali più seguiti nel mondo arabo oscurato dal Cairo su richiesta saudita perché vicino ad Hezbollah. Media arabi: conferma dell’allineamento egiziano alla petromonarchia saudita

di Stefano Mauro – Contropiano

Roma, 15 aprile 2016, Nena News – Israele non ha nascosto la sua esultanza nell’apprendere la decisione da parte della piattaforma satellitare Nilesat, una delle principali in Medio Oriente, di interrompere le trasmissioni del canale libanese Al Manar (Il Faro). Da mercoledì scorso, quindi, uno dei canali di informazione più seguiti nel mondo arabo, vicino al partito politico Hezbollah, è stato oscurato dalla piattaforma egiziana. La notizia è stata comunicata dai media egiziani poco prima del vertice avvenuto nei giorni scorsi al Cairo tra il generale Al Sisi ed il suo omologo, il sovrano saudita Salman.Negli stessi giorni la notizia è stata ripresa anche dal primo canale israeliano che ha messo in evidenza come si sia ormai accentuata la lotta tra l’asse dei paesi sunniti “moderati”, guidato dall’Arabia Saudita e vicini agli interessi israeliani, e quello dell’asse guidato dall’Iran: Siria, Yemen e Libano. Lo stesso canale ha confermato la notizia legata al fatto che la monarchia saudita darà in cambio allo stato egiziano 4 miliardi di dollari: soldi che, precedentemente, erano destinati alla fornitura di armi per l’esercito libanese, ma che Riyad ha poi negato al paese dei cedri, il mese scorso, come punizione nei confronti di Hezbollah.

Molti giornali arabi hanno riportato la notizia come una definitiva conferma dell’allineamento e dell’assoggettamento da parte dello stato egiziano allo schieramento dei paesi guidati dalla petromonarchia saudita. La decisione di oscurare il canale libanese da parte del network egiziano, infatti, segue quella fatta dalla piattaforma Arabsat, su pressione saudita, nel mese di dicembre. Alle reazioni di entusiasmo da parte dello stato israeliano e saudita si è, inoltre, aggiunto il silenzio delle forze politiche libanesi vicine al fronte del “14 Marzo”, guidato dal pupillo saudita Saad Hariri, e contrapposto al fronte dell’“8 Marzo” costituito da Hezbollah e dalla Corrente Patriottica Libera (cristiano maronita) del generale Michel Aoun che hanno, invece, vivamente protestato contro il ministero dell’informazione del Cairo.

La principale colpa di Al Manar? Riportare e mostrare una scomoda verità al mondo. Scomoda perché in questi anni il canale libanese ha da sempre messo in evidenza tutte quelle notizie che nelle varie emittenti di regime non venivano trasmesse o venivano “filtrate”. Ad esempio, l’emittente libanese ha mostrato al mondo le brutalità di Daesh e di Al Nusra in Siria ed in Libano, i legami dei gruppi jihadisti con i suoi sponsor dei paesi del golfo o, infine, i numerosi massacri di civili in Yemen nella campagna militare sunnita, con a capo i sauditi e con l’avvallo statunitense, contro i ribelli sciiti Houti. Qualcosa di inaccettabile per Riyad.

Lo stesso si può dire per Israele. Al Manar ha reso visibile al mondo, ad esempio, le numerose sconfitte subite dall’esercito sionista, fino ad allora considerato “invincibile”, che portarono al suo ritiro dal Libano nel 2000, anche a causa delle ripercussioni politiche e sull’opinione pubblica di quei video all’interno della società israeliana. Non a caso durante la successiva invasione del Libano, nel 2006, la sede dell’emittente libanese fu ripetutamente bombardata dai caccia e dai missili israeliani, come un vero e proprio obiettivo militare, anche se poi Al Manar riuscì a trasmettere senza alcuna interruzione durante tutta la guerra.

Le manifestazioni di sostegno alla televisione sono arrivate da diversi media indipendenti sia occidentali che mediorientali. Il direttore del canale libanese, Ibrahim Farhat, ha affermato che “la decisione di oscurare al Manar è politica ed è ingiusta, perché va contro la libertà di stampa e di libera informazione…..il canale satellitare potrà comunque essere visibile su una piattaforma russa o via internet” (fonte AFP). In effetti le scuse o le motivazioni comunicate dai responsabili di Nilesat sono legate al fatto che il canale mostra “immagini cruente” che spingono a delle violenze “settarie e confessionali”. Lo stesso partito Hezbollah in una nota ufficiale ha dichiarato che “Al Manar è la voce della resistenza in Libano come in Palestina e mostra immagini che riportano la verità di quello che avviene dove c’è un conflitto (Siria, Palestina, Libano, Yemen, Iraq)….la sua chiusura è un flagrante attacco alla libertà di espressione ed un chiaro appoggio agli obiettivi (di censura, ndr) israeliani”.

Purtroppo anche questa decisione rientra nella campagna che gli stati del Golfo e diversi stati mediorientali (Egitto e Turchia) stanno portando avanti contro Hezbollah per una rischiosa destabilizzazione della scena politica libanese, con il sostegno e la strategica alleanza di Israele. Soprattutto in questo caso, attraverso le parole di Giulietto Chiesa in un suo appello proprio a favore di Al Manar nel dicembre 2015, bisogna ribadire che la chiusura di un canale televisivo ci colpisce direttamente. Togliere la possibilità di informare, di dissentire e di conoscere la realtà dei fatti è un vero e proprio crimine visto che “l’informazione è un diritto umano fondamentale che non si può e non si deve censurare in nessun luogo della terra”.

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L'erba dei vicini di Beppe Severgnini su Italia-Israele di Alfredo Tradardi

Uno dei miei figli, che ringrazio, mi ha segnalato che il 14 aprile 2016 ci sarebbe stata la trasmissione su Rai 3 di Beppe Severgnini su Italia Israele.

Ho assistito per puro dovere d'ufficio alle oltre due ore di una trasmissione paragonabile per volgarità culturale e politica a quelle di Paolo Bonolis, che sono da sempre un condensato sempre più spinto di volgarità, uniche al mondo.

Così viene descritto il programma:

http://www.lerbadeivicini.rai.it/…/ContentItem-0f8c9f4a-1a6…- 8339-b3fc525bff30.html

“Demografia, capacità di innovare e laicità. Sono queste le chiavi di lettura per capire meglio cosa avvicina e cosa divide l’Italia da Israele. Succede a “L’erba dei vicini”, il programma condotto da Beppe Severgnini, che da questa settimana anticipa la messa in onda a giovedì, sempre in diretta, alle 21.15 su Rai3.

Tra le interviste esclusive quelle con Tzipi Livni, già ministro degli Esteri e membro della Knesset, il parlamento israeliano; Etgar Keret, scrittore e regista; Moni Ovadia, attore e drammaturgo (che parla di occupazione e colonizzazione dei Territori Occupati e prende le distanze da Hamas, ma dimentica la pulizia etnica della Palestina e il settler-colonialism sionista, n.d.a.). Tra gli argomenti di dibattito, in primo piano, la questione israelo- palestinese che Beppe Severgnini affronta al suo “tavolo d’erba” con Sergio Della Pergola (che si limita a sostenere che la guerra dei sei giorni sarebbe tutta colpa della Giordania e a leggere la Carta di Hamas, n.d.a.), il più grande esperto demografo ebraico a livello mondiale, docente all’Università Ebraica di Gerusalemme. Il confronto si gioca, inoltre, sulla laicità. È più facile la vita di un laico in Italia o in Israele? Ne parlano l’attrice Lella Costa e il giornalista Gad Lerner, mentre un reportage realizzato in Israele accende i riflettori sulle coppie che per sposarsi civilmente sono costrette a celebrare il matrimonio a Cipro, sullo “Shabbus”, il solo autobus che viaggia il sabato e su un cimitero laico, realizzato all’interno di un kibbutz.

Sul fronte dell’innovazione, i due Paesi offrono numerosi esempi di start up. In Israele in primo piano gli allevamenti di cavallette da usare per l’alimentazione, le stampanti tascabili e uno zainetto-paracadute. In Italia l’invenzione di un anello che spiega l’arte ai ciechi, una barca pieghevole e un amplificatore musicale realizzato con marmitte di Formula 1. Largo, infine, ai ragazzi. Il più giovane insegnante d’Italia e una brillante italo- israeliana cercheranno di chiarire se è meglio avere 21 anni in Italia o Israele.

Mentre Gaza scompare dall'orizzonte. Dovrei dire di Paola Caridi che ha cercato di contenere le menzogne del Della Pergola.

Ma è stata una vera infamia.

Un assaggio della Rai al servizio di renzi-carrai.

Alfredo Tradardi Torino,15 aprile 2016

p.s. ma ci sono anche le buone notizie: un giovane ebreo prodigio è stato nominato primo ministro in UcrainaSchermata 2016-04-16 alle 09.12.25

Il mondo e Israele: complicità nei crimini sionisti e perché. Cosa mi disse Jimmy Carter

di Alan Hart


Devo cominciare con un chiarimento. "Il mondo" del mio titolo è abitato solo dai nostri cosiddetti capi e dai loro governi, non dalle società civili delle nazioni. E la complicità dei nostri cosiddetti capi e dei loro governi nei crimini del sionismo è a mio avviso più per una impostazione predefinita, per paura di offendere il sionismo che un progetto. Ma ciò non rende la complicità meno reale a tutti gli effetti.
La paura che i capi occidentali e i loro consulenti di politica estera hanno di offendere il sionismo è più complessa di quanto anche alcuni dei critici più informati e percettivi delle politiche e degli atti di Israele sembrano valutare.
Sì, una parte del motivo per il rifiuto dei governi occidentali (quello di Washington in particolare) di utilizzare la loro leva per cercare di spingere Israele a porre fine alla sua sfida del diritto internazionale e al diniego della giustizia per i palestinesi è la paura di perdere i soldi e i voti per la campagna elettorale e la paura di essere sopraffatti da false accuse di antisemitismo.

Ma l'altro, e secondo me il motivo più importante, è la paura di ciò che il bambino mostro del sionismo, dotato di armi nucleari, potrebbe fare se fosse spinto più in là del limite che i suoi capi illusi non fossero disposti ad oltrepassare per il bene della pace basata su una quantità accettabile di giustizia per i palestinesi e di sicurezza per tutti.
Lo statista che mi avvisò di questa paura fu il presidente Jimmy Carter in una conversazione privata che mia moglie ed io avemmo con lui e Rosalynn dopo il mancato secondo mandato alla Casa Bianca. (Carter mi invitò a un incontro con lui per informarlo sulla mia esperienza, quando nel 1980 accettai la sfida di essere l’uomo di contatto in un dialogo segreto, esplorativo tra Arafat e Shimon Peres. All'epoca Peres era capo dell'opposizione in Israele e riteneva che avrebbe vinto successive elezioni in Israele e negato a Begin un secondo mandato diventando lui stesso primo ministro. Quando Carter mi invitò a incontrarmi con lui mi chiese di portare mia moglie perché, disse, lui e Rosalynn lavoravano come una squadra).
In questa conversazione, che ha il suo contesto in UN CONFLITTO SENZA FINE ?, il sottotitolo del Terzo Volume del mio libro Sionismo: Il vero nemico degli ebrei, riportai Carter indietro ai primi mesi del suo primo e unico mandato nel 1977 e alla sua reale volontà, quindi, di costruire e spingere in avanti un piano per una pace globale e duratura in Medio Oriente.
Ero consapevole del fatto che, quando il 20 maggio 1977 divenne chiaro che, contro ogni aspettativa, Menachem Begin (il leader terrorista di maggior successo dei tempi moderni) avrebbe vinto un secondo mandato come primo ministro di Israele, Carter, che aveva accolto privatamente la mia non ufficiale nomina a navetta diplomatica, era disperato. Capì che non aveva alcuna possibilità di superare l'inevitabile opposizione di un Israele guidato da Begin e dalla lobby sionista in America per il suo piano per una pace globale e, prima di tutto, la costruzione di un quadro di negoziati.
E questo fu il motivo per cui Carter incaricato Cyrus Vance, il suo nuovo e ammirevole segretario di Stato, a lavorare con l'Unione Sovietica sulla elaborazione di una dichiarazione congiunta USA-URSS dei Principi su cui una pace globale doveva basarsi. Carter si permise di credere, o forse solo di sperare, che i tirapiedi del sionismo nel Congresso, nel Senato in particolare, sarebbe non avrebbero osato cercare di bloccare un'iniziativa congiunta delle superpotenze.
La dichiarazione congiunta USA-URSS dei Principi fu pubblicata il 1 ° ottobre 1977. Si trattò, sulla carta, della migliore iniziativa diplomatica tra americani e sovietici. Era un progetto di massima per un soluzione globale di ciò che fu poi chiamato il conflitto arabo-israeliano che non solo conteneva tutti gli ingredienti necessari per la pace ma li presentava in un modo calcolato per evitare un rifiuto istintivo da ciascuna delle parti. L'OLP non era menzionato per nome - questo serviva per facilitare ad Israele l’accettazione della dichiarazione come un documento di discussione; e non c’era alcun riferimento alla risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - questo per facilitare l’OLP di Arafat a dare il suo sigillo di approvazione.
In sostanza, la dichiarazione congiunta USA-URSS richiedeva agli stati arabi e i palestinesi di fare la pace con Israele, e quindi di riconoscerlo formalmente e legittimarlo alla fine del processo negoziale. Questo doveva essere in cambio di un ritiro israeliano "dai territori occupati nel conflitto del 1967." Oltre alla vera pace a Israele doveva essere offerta un garanzia da entrambe le due superpotenze della sua esistenza; e gli israeliani erano tenuti a riconoscere "i diritti legittimi del popolo palestinese". L'implicazione ovvia era che dopo un ritiro israeliano, un mini-stato palestinese sarebbe stato creato in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
L'idea era che "i rappresentanti di tutte le parti coinvolte tra cui i palestinesi", si sarebbe trovati a Ginevra per parlare delle loro proposte per porre fine al conflitto sulla base dei principi fissati nella Dichiarazione congiunta USA-URSS.
La proposta fu salutato dalla maggior parte dei mezzi di informazione in tutto il mondo occidentale (e non solo) come una vera e propria rivoluzione che offriva una reale speranza per una pace reale.
Cosa accadde? Gli stati arabi e l'OLP accolsero e accettato la dichiarazione congiunta USA-URSS come una base per i negoziati per portare alla pace con Israele. Dato che l'OLP non era stata citata per nome, e siccome non c'era un impegno specifico per l'istituzione di un mini-stato palestinese, una minoranza di capi palestinesi (non la corrente principale) era scontenta e fece i soliti clamori del rifiuto, ma Arafat non ebbe difficoltà a ottenere il suo tradizionale appoggio (e di maggioranza) dei colleghi della dirigenza per accettare la dichiarazione come base per i negoziati con Israele.
Alcuni anni più tardi chiesi ad Arafat se avesse veramente creduto che gli americani e i sovietici avessero aperto la porta alla pace. E dissi a Carter esattamente quello che Arafat mi rispose.
CITAZIONE
Sì, sì, sì. Ero molto felice. Molto eccitato. Fu un momento storico. Per la prima ora le due superpotenze erano impegnate a fare qualcosa per noi palestinesi. Veramente he ci sarebbe stata la pace con un po 'di giustizia per il mio popolo. Ero più ottimista che in qualsiasi momento nella mia vita.
CHIUSE VIRGOLETTE
Israele respinse la dichiarazione di USA-URSS.
Il Generale Moshe Dayan, il guercio signore della guerra di Israele ed ex ministro della Difesa, aveva cambiato casacca per diventare ministro degli Esteri nel governo di coalizione di Begin al suo secondo mandato, e lui, il Primo Ministro Begin, mandò Dayan a Washington a fare il bullo e ricattare il presidente Carter con l’intento di stracciare la Dichiarazione congiunta USA-URSS e sostituirla con un memorandum d'intesa congiunto USA-Israele, i cui termini Dayan più o meno dettò a Carter e Vance. (Dayan da lungo tempo era convinto che il compito di Israele non era quello di esplorare le prospettive per la pace ma di creare fatti di insediamento sul terreno. Secondo un rapporto pubblicato da TIME, Dayan era noto, poco prima della guerra del 1973, per questa affermazione. "Non c'è più la Palestina. È' finita!")
La memorandum d’intesa congiunto USA-Israele di stato, in effetti, era l'elenco delle condizioni di Israele per la sua partecipazione a una conferenza di Ginevra. La Palestina era tornata ad essere un "problema di rifugiati", in altre parole i palestinesi non avevano il diritto all'autodeterminazione; la 242 era all'ordine del giorno, il che significa che l'OLP non poteva essere coinvolta; e Israele avrebbe discusso", non negoziato a proposito della Cisgiordania. Dayan annunciò anche che Israele avrebbe abbandonato qualsiasi conferenza di Ginevra se la questione di uno stato palestinese fosse stata portata sul tavolo. La domanda che volevo esplorare in profondità con Carter era il motivo per cui, in realtà, si era arreso a Dayan e al suo nuovo padrone politico, Menachem Begin.
La conversazione si svolse nell’equivalente Studio Ovale presso il Carter Center di Atlanta dove, in collaborazione con la Emory University, Jimmy e Rosalynn avevano istituito una fondazione non-profit che è stato diretta dal loro vero impegno per i diritti umani, per la lotta alla la sofferenza umana, per la prevenzione e risoluzione dei conflitti e per avanzare le prospettive della libertà e della democrazia e migliorare la salute. Fin dall'inizio sapevo che stavo per avere una conversazione molto onesta con Carter e spiego il perché. Io e mia moglie fummo portati all’incontro coi Carter da uno dei loro supervisori della lobby sionista. Quando chiuse le porte alle spalle di noi cinque era chiaramente inteso che si sarebbe seduto con noi e sarebbe stato in grado di riferire ai suoi padroni ciò che era stato detto. Jimmy alzò la mano sinistra in un gesto di arresto e disse al supervisore: "Ti prego, lasciaci. Io e Rosalynn vogliamo stare soli con Alan e Nicole".
Quando mi fui concentrato sul perché Carter si era arreso a Dayan e Begin e strappato la dichiarazione congiunta USA-URSS, dissi che in quel momento girava la voce che gli era stato detto che poteva dimenticare di essere rieletto per un secondo mandato, se avesse chiesto a Israele di fare ciò che i suoi capi avrebbero considerato mosse inaccettabili per la pace. Allora dissi a Carter che non mi aveva convinto l'idea che la minaccia di ritirare i fondi e i voti ebraici per la campagna sarebbe stata sufficiente per indurlo a fare marcia indietro. Egli si trovava, continuai, a meno di 10 mesi dopo il suo primo mandato, probabilmente era preso dalla tradizionale minaccia del ricatto sionista nella sua equazione, e conclusi che la pace che egli sicuramente poteva favorire, con l'assistenza sovietica, gli avrebbe fatto guadagnare il sostegno della maggior parte degli ebrei americani, permettendogli di mettere fuori gioco la lobby sionista.
Terminai il mio discorso dicendo con un sorriso: "Signor Presidente, se le fosse stato permesso di raggiungere la pace, la costituzione poteva essere modificato per consentire un terzo mandato!"
Carter sorrise e disse che la mia ipotesi che una minaccia per negargli un secondo mandato non sarebbe stata sufficiente per eliminarlo dalla competizione era essenzialmente corretta. Poi mi raccontò la sostanza della minaccia che Dayan effettivamente gli aveva rivolto. Se avesse spinto Israele troppo lontano, Begin avrebbe lasciato il guinzaglio dell'IDF nella regione e avrebbe, tra le altre cose, invaso il Libano con due obiettivi: liquidare l'OLP e prendere possesso del territorio libanese a sud del fiume Litani.
Carter era, naturalmente, del tutto consapevole che una tale dimostrazione di arroganza del potere di Israele avrebbe destabilizzato la regione e avrebbe potuto anche rendere inaccessibile per sempre una pace globale.
Come mi disse Carter, questo fu lo svolazzo finale di Dayan.
CITAZIONE
Signor Presidente lei deve sapere che il mio primo ministro è pazzo. Potrebbe anche bombardare i pozzi di petrolio del Golfo.
CHIUSE VIRGOLETTE
Un'altra verità che Carter mi rivelò era che ogni presidente americano ha solo due finestre di opportunità per affrontare la lobby sionista: i primi nove mesi del suo primo mandato, perché dopo di ciò comincia la raccolta di fondi per le elezioni di medio termine; e l'ultimo anno del suo secondo mandato se lo ha avuto. (Nell'ultimo anno del suo secondo mandato il Presidente Obama si è lavato le mani del conflitto in e sulla Palestina che è diventata Israele e se ne è infischiato). La crescente paura che tutti i capi di stato occidentali (e anche gli altri) hanno di affrontare lo stato sionista (non ebraico) consiste nella loro conoscenza, che non potranno mai ammettere di avere, del fatto che Israele possiede armi nucleari. Sanno che i capi israeliani li hanno acquisiti non per difesa, ma per la necessità di avere una carta ricatto nucleare, per consentire loro di dire a ogni presidente americano: "Non spingerci troppo lontano o useremo queste cose!"
Nel mio libro cito Dayan che me lo ammette per un evidente coinvolgimento in una conversazione che ebbi con lui nel 1969.
Quando aggiungo che il Primo Ministro Golda Meir mi disse in un'intervista per la BBC del programma “Panorama”, che in una situazione di giorno del giudizio Israele sarebbe disposto "a inghiottire la regione e il mondo assieme ad esso"- penso che una sola conclusione sia consentita.
La complicità a priori dei capi occidentali (e altri) coi crimini del sionismo non finisce mai perché Israele è, come è stato a lungo, un mostro dotato di armi nucleari al di là di ogni controllo.
Nota
Quanto sopra sarà il mio ultimo articolo per diversi mesi. Come stanno le cose e come sembrano andare non ci sarà nulla di nuovo da dire fino a quando Hillary Clinton non avrà vinto la corsa alla Casa Bianca.

Il mio ultimo articolo, prima di prendere una pausa, sarà il testo di una presentazione che tra breve farò in Italia a sostegno della pubblicazione della versione italiana del mio libro. (Come previsto la lobby sionista ha messo grandi sforzi per cercare di impedire la pubblicazione, ma le sue minacce sono state controproduttive). Il titolo del mio intervento italiano è La Palestina e il sionismo: Tutta la verità. Durante la mia pausa dal commentare gli eventi in Israele-Palestina, lavorerò su un libro che sto scrivendo sulle mie esperienze di apprendimento a livello mondiale e quello che mi hanno insegnato sul perché il nostro mondo è in un pasticcio così pericoloso e ciò che deve essere fatto se i nostri figli e nipoti devono avere un futuro degno di questo nome. Il titolo che ho assegnato al libro è I nostri figli non ci perdoneranno.

(TRADUZIONE DI DIEGO SIRAGUSA)Schermata 2016-04-11 alle 20.42.37

LEZIONI DI NAZISMO ALLA KNESSET

Smotriches ha parlato del momento della nascita santa e pura di un bambino ebreo. Del problema che mani arabe non interferiscano e inquinino questa santità e purezza. Del rifiuto di condividere lo spazio fisico con gli arabi, perché gli arabi sono nemici per necessità. Del bambino che nasce da madre araba e tra 20 anni ucciderà il bambino della madre ebrea.


Questo non è solo ordinario razzismo. Il razzismo è sempre offensivo ed è importante combatterlo. Ma anche il razzismo ha i suoi gradi. Questo è il vocabolario della razza superiore. Di purezza della razza e della sua santità. Di razze inferiori che potrebbero inquinare la razza padrona. Del Lebensraum (spazio vitale per i Nazisti) purificato dalle impurità del nemico. Dei bambini che crescono per diventare nemici micidiali in quanto appartengono alla razza nemica. Questo è un modo di pensare nazista. Le Smotriches ei loro seguaci sono giudeo-nazisti.
Un movimento giudeo-nazista esistente ai margini della società israeliana. E 'difficile stimare la sua dimensione. Non è ancora di ampia portata, ma esiste. Sono varie le apparizioni in pubblico in Israele. Ad esempio, l'organizzazione Lehava gestito da Benzion Gopstein ( "non pensate nemmeno di uscire con una ragazza ebrea"); parte della tifoseria di calcio come il club La Familia ( "Beitar Gerusalemme sarà puro per sempre"); il rogo mortale di Mohammed Abu Khdeir; Il fatale incendio doloso alla casa della famiglia Dawabsheh, e la celebrazione della morte del loro figlio di 18 mesi Ali, a un matrimonio.
E 'giunto il momento di riconoscere questo fenomeno. Neonazisti esistono in quasi tutte le nazioni occidentali. Per alcuni israeliani, l'Olocausto è stato solo un errore deplorevole. Al corteo dei neonazisti in Germania contro i musulmani, gli ebrei hanno partecipato sventolando bandiere israeliane. Nelle elezioni dello scorso anno, la denominazione giudeo-nazista, ha vinto anche il diritto di entrare alla Knesset. È mancato poco che vincesse più di un seggio. Statisticamente questo è logico. La democrazia rappresentativa riflette i segmenti della sua società.
Ciò che non è comprensibile, e ciò che è imperdonabile è l'atteggiamento nei confronti Smotrich. Questo è il vero specchio per la società israeliana di questa settimana: Non tutti sono come lui, ma tutti accettano la sua esistenza come qualcosa di legittimo. L'unica cosa che doveva essere fatta era boicottarlo. Ignorare la sua esistenza. Non condividere una parola con lui. Certamente non sorrisi o strette di mano. Nemmeno i media si sono fermati, intervistando Smotrich e la moglie con gentilezza.
Guardate cosa è successo in Israele nel corso dell'ultimo anno. La fazione Tekuma ha scelto Smotrich al secondo posto nella corsa alle primarie. Il partito che si definisce Habayit Hayehudi (Jewish Home) ha riconosciuto i risultati e lo ha adottato. Dopo di che, è arrivato Benjamin Netanyahu e ha promesso agli elettori un partner naturale. Promesso e mantenuto la sua promessa. Il risultato è che la fazione giudaico-nazista è rappresentata in un partito che ha ricevuto i portafogli della giustizia e dell'istruzione.
Ma non finisce qui. Netanyahu ha una coalizione di 61 membri della Knesset. Il voto di Smotrich lo tiene in vita. E 'stato inoltre nominato portavoce deputato della Knesset e gestisce alcune delle sue sessioni. La fazione giudeo-nazista sostiene il governo di Israele e serve come vice capo del suo parlamento. Sarebbe interessante vedere cosa avremmo detto se questo fosse accaduto in un paese civile diverso, diciamo la Germania.Schermata 2016-04-12 alle 08.34.17

Erdogan, il sultano della CIA

Milioni di turchi, arabi e musulmani hanno visto in Erdogan un liberatore dopo aver visto il suo show davanti a Shimon Peres a Davos nel 2009. In realtà era solo una messinscena. Come dimostrano la sua nuova spedizione militare contro la Siria e l’intenzione di inscenare un falso attentato, tutto questo al servizio dei suoi padroni di Washington. Bahar Kimyongür toglie il velo alle menzogne mediatiche di questa “Operazione Bottino”.


Erdogan con l’agente della CIA Mahdi Harati

Un corpo di spedizione jihadista creato nel sud della Turchia avanza verso la città costiera di Lattakya nel nordest della Siria. Composta in maggioranza di combattenti europei, asiatici, magrebini, turchi, arabi del Mashrek e del Golfo e di qualche siriano sperduto, tra cui dei turkmeni, questa legione straniera rappresenta l’ultimo cavallo di battaglia del Primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan nella sua guerra fatta per procura contro la Siria.

Dopo la rivolta di milioni di turchi contro la sua politica repressiva e bellicosa, dopo le rivelazioni del suo coinvolgimento in una vasta rete mafiosa e soprattutto dopo tre anni di fallimenti sul fronte siriano, Erdogan sembra volersi giocare il tutto per tutto. Non aveva forse promesso ai suoi fedeli che avrebbe pregato nella moschea degli Omayyadi una volta che il governo siriano fosse stato rovesciato?

Non essendo riuscito a realizzare il suo megalomane progetto, Erdogan prova il bisogno di conquistare sia le menti che le terre dei popoli che non si lasciano sottomettere. Per questa ragione, prende di buon grado ispirazione dall’eredità imperiale del paese, sogna di essere il nuovo Selim I°, il sultano ottomano soprannominato “Il Terribile” o “il Crudele”, colui che sottomise la Siria e l’Egitto all’inizio del XVI° secolo

Non a caso Erdogan ha battezzato il terzo ponte sul Bosforo attualmente in costruzione con il nome del suo mentore imperiale. Come il sultano Selim, Erdogan vuole regnare sulla Siria e l’Egitto. E come il sultano Selim, Erdogan manda le sue truppe a massacrare gli aleviti, gli alawiti e le altre comunità sospettate di essere miscredenti, eretiche o vicine all’Iran.

Tuttavia, a differenza del temibile sultano-califfo, Erdogan è solo il lacchè di un Impero più forte di lui, quello statunitense. La sua carriera politica alla testa dello stato è segnata dalla sua volontà di conciliare le proprie ambizioni personali con gli interessi dei suoi padroni. Lo stesso dicasi per il suo sostegno senza alcun freno al terrorismo e alla guerra in Siria, sostegno incoraggiato ed inquadrato fin dall’inizio della crisi siriana dal suo partner strategico americano.
 

Falsi anti-turchi, la CIA, Menderes e Erdogan

Una conversazione top-secret tra ufficiali turchi programmata da Erdogan e diffusa la scorsa settimana attraverso i social network ha rivelato che il capo dei servizi di sicurezza Hakan Fidan era pronto a bombardare il mausoleo del nonno del fondatore dell’Impero ottomano Suleyman Shah situato in un’enclave turca in territorio siriano per giustificare l’entrata in guerra di Ankara contro Damasco.

Il sultano neo-ottomano Erdogan era quindi pronto a distruggere un gioiello del patrimonio nazionale per la propria gloria e, indirettamente, per il bene dell’America. Non è la prima volta che un governo turco organizza con Washington un falso attacco contro un edificio turco di grande valore simbolico per prendersela con qualcuno più debole di lui.

Nel 1955, i servizi segreti turchi effettuarono un attentato sotto falso nome contro la casa di Mustafa Kemal Atatürk a Salonicco in Grecia e accusarono i comunisti turchi di esserne gli autori. All’epoca, la Turchia era diretta da Adnan Menderes, un primo ministro islamico conservatore filo-USA. Grazie a quella “strategia della tensione” i gorilla turchi e americani tentarono di giustificare la loro guerra interna contro i comunisti turchi.

In seguito a quel falso attentato, il 6 e 7 settembre 1955, alcune chiese greche e armene, alcune sinagoghe, alcune scuole, alcune case e degli esercizi commerciali furono saccheggiati ed incendiati, alcuni uomini furono linciati in pieno centro a Istanbul a causa della loro identità religiosa. L’operazione fu orchestrata dalla Gladio turca, l’esercito segreto della NATO che allora era in guerra contro il “pericolo comunista”. E proprio Adnan Menderes, l’uomo della CIA degli anni ’50 che coprì il pogrom di Istanbul, è eretto ora a modello da Recep Tayyip Erdogan.
 

Il regime di Ankara in guerra contro gli armeni di Siria

Se il piano di attacco contro il mausoleo ottomano in territorio siriano non ha avuto successo, gli armeni di Siria ed altre minoranze tacciate di essere “miscredenti” sono oggi nuovamente bersaglio del regime di Ankara. In effetti, fin dal primo giorno di primavera, orde jihadiste venute dalla Turchia hanno invaso Kassab, un villaggio armeno e alawita situato sulle pendici del Monte Casius nel nord-ovest della provincia costiera di Lattakya. Battezzata “Operazione Bottino” (Anfal) dai capi jihadisti, questa nuova razzia barbarica non poteva avere un nome più esplicito.

Per facilitare l’avanzata degli invasori jihadisti, l’aviazione turca ha abbattuto un MIG 23 siriano che proteggeva il villaggio. Erdogan ha invocato il fatto che l’aereo siriano avesse violato lo spazio aereo turco come giustificazione dell’abbattimento di quell’aereo. Ma l’aereo è caduto nella zona di Kassab in Siria. Il pilota, Thabet Ismail, non è certo Superman e non è neanche dotato di una tuta tipo alare (wingsuit). Saltando col paracadute, è naturalmente atterrato in Siria parecchi kilometri all’interno del suo territorio.

Il regime di Ankara ha così non solo aggredito la Siria ma ha anche offerto una copertura aerea ai suoi mercenari. Ad esempio, l’Osservatorio 45 che domina la zona montagnosa di Kassab vicino a Kastal Maaf è stato per breve tempo conquistato dalla legione straniera di Erdogan grazie ai tiri di artiglieria dell’esercito turco. Quanto agli jihadisti feriti in combattimento, essi sono stati trasferiti da alcuni militari turchi negli ospedali della provincia turca dell’Hatay.

Di fronte all’avanzata degli jihadisti, gli abitanti di Kassab e dei villaggi circostanti si sono rassegnati a fuggire verso Lattakya. Soltanto alcuni vecchi armeni, indubbiamente stanchi di essere ossessionati dopo un secolo dallo spettro dell’esodo, hanno preferito rimanere nel villaggio.

Essi sono stati il bersaglio di atti di violenza e umiliazione: le loro case sono state saccheggiate, i crocifissi, le bottiglie di vino e gli stock di carne di maiale sono stati distrutti sotto i loro occhi, come ha riconosciuto il signore della guerra saudita Abdallah Mhesne (France 24, 26 marzo 2014). Quanto ai patrioti che hanno resistito all’assalto jihadista, sono stati passati a fil di spada. Come Nazem Shehadeh. Lo scorso agosto sua madre, sua moglie e due figli maschi erano stati sequestrati dai terroristi per il solo motivo di essere alawiti. Precchie centinaia di civili e di militari siriani sono stati uccisi nel corso dell’assalto turco-jihadista contro il nord della provincia di Lattakya.
 

La Siria, il nuovo Vietnam degli USA

Saremmo degli ingenui se credessimo che gli USA fossero neutrali, disinteressati e assenti in questo nuovo assalto contro il territorio siriano. Fin dall’inizio della guerra contro la Siria, le forze speciali statunitensi e la CIA si sono in modo discreto dispiegate da una parte e dall’altra della frontiera turco-siriana.

Dal gen. Paul E. Vallely al senatore John Mc Cain, tutta la vecchia guardia militare statunitense che aveva combattuto in Vietnam ha proceduto ad ispezionare le truppe jihadiste del nord siriano a partire dalla Turchia di Erdogan. Decine di negativi fotografici mostrano Vallely e McCain in compagnia di comandanti jihadisti in Turchia e in Siria. Questa presenza americana è prova sufficiente della collaborazione tra il governo di Erdogan e l’establishment USA nella guerra contro la Siria.

Ricordiamo solo di passaggio che dopo l’invasione statunitense dell’Irak, Erdogan si era proclamato vice-presidente del Progetto del Grande Medioriente (in turco: « Büyük Ortadogu Projesinin Esbaskaniyim »), il piano di conquista dei paesi arabi versione “soft ” elaborato durante il regno di George Bush.

Dal momento che la rivoluzione colorata del marzo 2011 sponsorizzata da Washington (ricordiamo la partecipazione dell’ambasciatore americano in Siria Robert Ford alle manifestazioni antigovernative) è stata domata dallo stato siriano, quest’ultimo adesso deve affrontare un’insurrezione terroristica sponsorizzata anch’essa da Washington.

Malgrado qualche battibecco amplificato dai media e dovuto al suo temperamento focoso, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan risulta essere un proconsole leale e zelante, pronto a reclutare tutti gli psicopatici del globo nella sua campagna militare contro la Siria. Milioni di turchi, arabi e musulmani hanno visto in Erdogan un eroe e un liberatore in seguito al suo show di “ Un minuto” davanti a Shimon Peres all’epoca del summit di Davos nel 2009.

In realtà, Erdogan non ha ereditato dai sultani conquistatori null’altro che l’arroganza e la crudeltà. Tutto il resto è solo cinema hollywoodiano.
 

Bahar Kimyongür
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IL 2017 È UN ANNO CRUCIALE PER LA QUESTIONE PALESTINESE.

Di Helena Cobban – tradotto in italiano da Traduzioni Clandestine

Molte persone stanno mettendo in risalto il fatto che il prossimo anno, il 2017, vedrà il 50° anniversario dell'occupazione sionista della Cisgiordania ( inclusa Gerusalemme Est ), di Gaza e del Golan. Ma l'imminente giungere di questa triste (veramente da capogiro) ricorrenza, mi ricorda che nel 2017l ricorreranno gli anniversari di altre tre annate altrettanto cruciali per la storia della questione palestinese.
Esse sono:

A) Il centenario (100 anni, nientemeno !!) della Dichiarazione di Balfour, che sancisce l'impegno, da parte del Ministro degli Esteri britannico e a nome della Londra imperiale, a supportare la creazione di una “patria nazionale ebraica” in Palestina (qualunque cosa questo significhi..), ma col presupposto che i “diritti civili e politici” degli abitanti non-ebrei della Palestina non fossero violati o lesi in alcun modo. (Grossa opportunità!!)
B) Il 70° anniversario del Piano di Partizione per la Palestina promulgato dalle Nazioni Unite, che diede all'entità sionista (congiuntamente al suo mai-nato gemello, lo stato arabo di Palestina), l'unico “certificato di nascita” che sia mai stato sancito da leggi internazionali; e, infine
C) Il 30° anniversario dell'inizio della Prima Intifada, che scoppiò a Gaza il 9 Dicembre 1987 e rapidamente si propagò andando ad incendiare la totalità dei Territori Occupati Palestinesi.

Non abbiate dubbi su tutto ciò: 50 anni di dominio da parte di forze armate straniere è sicuramente una terribile tragedia, e un delitto contro l'intero concetto, risalente al filosofo Locke, secondo cui un governo può considerarsi legittimo solo se esercitato “col consenso dei governati”. Quando la comunità internazionale ha codificato e regolato l'intero concetto di occupazione militare, nelle Convenzioni di Ginevra del 1949 (specialmente la quarta), è stato sempre e solo previsto che l'occupazione militare, da parte di una potenza straniera, dovesse essere solo ed esclusivamente temporanea, da utilizzare per un breve periodo, in attesa degli esiti di trattati di pace mirati a risolvere conflitti.

Ma per i Palestinesi e i legittimi residenti autoctoni del Golan occupato?
No. Per loro, l'occupazione si è concretizzata in una forzatura cinquantennale che, data la massiccia (e completamente fuorilegge) politica sionista di spostare in massa i propri civili in Cisgiordania e nella parte siriana del Golan, risulta oggi una dinamica più difficile che mai da invertire o rimpiazzare.

Mi ritornano in mente i primi mesi del 1987, quando i pacifisti ( o pacifistucoli..) “israeliani” cominciarono a confrontarsi con l'idea che la loro occupazione della Cisgiordania, di Gaza e del Golan, era in procinto di raggiungere il traguardo dei 20 anni. Erano sconcertati! “Come è potuto accadere!” esclamavano alcuni di loro. Questo era allora, quando c'era ancora un relativamente consistente movimento pacifista tra gli ebrei che vivono su terre rubate....

Sei mesi dopo il Giugno 1987, scoppiava la prima Intifada. Che giorni impetuosi (e dolorosi) furono quelli per i Palestinesi! Può essere difficile ricordarsene oggi, ma spostarsi tra le città della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e da quelle città alla Striscia di Gaza, era cosa relativamente semplice. Gerusalemme era il centro organizzativo dell'intera rivolta. Durante i sei anni successivi, i territori occupati furono teatro di numerose, variegate ed estremamente creative manifestazioni di protesta e resistenza pacifiche...

Oslo, ed il conseguente “ritorno” nei Territori Occupati della leadership dell'OLP, posero fine a tutto questo. Oslo introdusse, in veloce successione, l'amputazione di Gerusalemme dal resto della Cisgiordania tramite la morsa d'acciaio sionista; il progressivo inquadramento dell'intera Cisgiordania, suddivisa in piccole e, tra di loro, impenetrabili enclavi dal nuovo sistema stradale sionista (che è stato specificatamente concesso dall'Autorità Palestinese come parte degli accordi di Oslo); e infine il totale isolamento di Gaza che in seguito ha reso possibile l'imposizione, da parte dell'entità sionista, di un debilitante assedio totale e permanente...

A questo punto, oggi, circa 30 anni dopo il 1987, penso che il modo più realistico e costruttivo di vedere “l'occupazione” non sia quello di considerarla conseguenza di un primo passo, compiuto nel 1967, che abbia in qualche modo “deviato” il legittimo percorso di quello che avrebbe dovuto essere lo stato “d'israele”, ma piuttosto la si consideri come proseguimento del processo coloniale che cominciò ad ottenere una spinta politica internazionale con la dichiarazione di Lord Balfour del 1917...e che si aggiudicò un serio (e problematicamente “coloniale”) mandato internazionale dalle neonate Nazioni Unite nel 1947...e che ha sicuramente proseguito a partire dal 1967 con la crescente e sfacciata colonizzazione sionista in Cisgiordania e nel Golan.

Quindi non guardiamo solo al 1967. Esaminiamo anche il 1947, l'anno giusto di 20 anni precedente al 1967, quando (a) le Nazioni Unite approvarono la mozione che concedeva metà dalla Palestina, chiavi in mano, ai neo-arrivati coloni ebrei- questo, in un epoca in cui nel resto del mondo la decolonizzazione era già in atto; e (b) i capi dei sionisti yishuv in Palestina considerarono il Piano di Spartizione come la loro “carta bianca” (come Ilan Pappe ha così correttamente documentato) che consentisse loro di cominciare a perpetrare il loro programma di pulizia etnica contro i Palestinesi in quelle zone, e presto anche oltre, che il Piano aveva loro concesso.

Sì, come Pappe ha affermato nelle sue opere, la Nakba è cominciata già nel 1947.

E sì..., il lasso di tempo che intercorre da quando l'entità sionista ha occupato la Cisgiordania, Gaza ed il Golan è molto, molto più lungo del periodo precedente nel quale controllava “solo” quelle zone all'interno dei confini pre-1967 (che erano già, come ben sappiamo, considerabilmente più ampi di quelli stabiliti dalle Nazioni Unite)
...e, guardiamo anche al 1917, l'anno in cui Chaim Weizmann, Lord Rothschild, e altri leader sionisti, riuscirono a persuadere il Ministro degli Esteri della Corona Lord Balfour a promulgare la sua infame dichiarazione, che fu in seguito incorporata all'interno di tutti i trattati conseguenti alla fine della Prima Guerra Mondiale – e che risultò, per un incredibile “coincidenza”, nel “mandato” neo-imperialista, concesso alla Gran Bretagna dalla Lega delle Nazioni, di governo sulla Palestina (e su Giordania ed Iraq)...sino al momento in cui gli abitanti autoctoni fossero “pronti” all'autogoverno, capirete..!

Il 1917 giunse 32 anni dopo la devastante Conferenza di Berlino, nella quale le potenze europee si riunirono e solennemente scolpirono l'intero continente africano a loro piacimento, spartendoselo tra di loro, permettendo ad ogni potenza partecipante di cimentarsi nella colonizzazione, nel saccheggio e nella rapina all'interno delle zone assegnate, a proprio piacimento. Ma comunque, già nel 1917, l'onda dell'opinione pubblica mondiale stava già iniziando a rivoltarsi contro la mentalità coloniale e i “diritti” di tutti i popoli del mondo era ricorrenti nei discorsi delle diplomazie.

I sionisti hanno spesso tentato di inserire il proprio movimento nel contesto di quelli di “liberazione nazionale” dal giogo straniero (compreso quello inglese). In realtà, però, hanno sempre confidato nel supporto di altri, più grandi, globalmente più potenti nazioni, per poter realizzare il proprio progetto coloniale nella Palestina storica.
Questo fu il caso nel 1917. Fu il caso nel 1947. E fu il caso nel 1967. E rimane il caso, oggi.

Senza il supporto e il denaro che Washington ha sperperato per i sionisti - dentro i suoi attuali, espansionistici confini – da parecchi decenni ormai, non sarebbe stato possibile per lo stato ebraico infrangere quelle convenzioni alle quali tutto il resto della comunità mondiale si attiene (con varie eccezioni; N.d.T.)...e tantomeno proseguire in questo, ininterrottamente, da 50 anni.
La casa editrice che ho fondato nel 2010, Just World Books, ha pubblicato svariati saggi sulla Questione Palestinese.

Continueremo a farlo quest'anno e nel 2017 (cercatevelo sul web; N.d.T.).Abbiamo in progetto, assieme ad amici, simpatizzanti e compagni, di organizzare un gran numero di eventi in tutti gli Stati Uniti nel 2017, in modo che ovunque la gente possa meglio comprendere cosa accade realmente in Palestina. Molta gente è, oggi più che mai, affamata di informazione diretta sulla situazione in Palestina; e desiderosa di capire sia il perché si sia giunti a questo punto, sia quale sia stato nel dettaglio il ruolo che ha avuto il governo statunitense nella questione.

Non c'è dubbio che il 2017 sarà un anno cruciale per ampliare la discussione su ciò che si sta perpetrando in Palestina. Ma non dobbiamo riferirci solo ai 50 anni di occupazione, Abbiamo bisogno di includere e riflettere anche sui 100 anni di complicità occidentale col progetto sionista di colonizzazione della Palestina, sui 70 anni del Piano di Spartizione e della Catastrofe (Nakba) che ne è stata la conseguenza, e infine sui 30 anni dalla Prima Intifada.

Guardando a tutte queste ricorrenze, con una prospettiva consequenziale che le relazioni tra loro, possiamo comprendere con più chiarezza lo stato della

questione palestinese, oggi.

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UN ESEMPIO DI COME LAVORA LA PROPAGANDA SIONISTA.

L'antisionismo è il nuovo antisemitismo, dice l'ex capo rabbino britannico.

Il 27 marzo, parlando al Sunday Times , l'ex arcivescovo di Canterbury Rowan Williams ha espresso la sua preoccupazione per l'aumento del livello di antisemitismo nei campus universitari britannici. Ci sono, ha detto, "preoccupanti echi" della Germania nel 1930. Due giorni dopo, sul Times, Chris Bryant, il leader ombra della Camera dei Comuni e un membro anziano del partito laburista britannico, ha avvertito che nella sinistra politica è sempre più in discussione il diritto dello Stato di Israele ad esistere, un modo di pensare che ha giudicato "una non troppo sottile forma di antisemitismo".

In tutta Europa, gli ebrei se ne stanno andando. Un sondaggio nel 2013 dall'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali ha mostrato che quasi un terzo degli ebrei d'Europa hanno considerato di emigrare a causa di antisemitismo, in numero alto elevato, 46 per cento in Francia e il 48 per cento in Ungheria.

Né si tratta di un problema solo Europeo. Un sondaggio del 2015 da parte degli studenti universitari ebrei nordamericani della Brandeis University ha scoperto che tre quarti degli intervistati erano stati esposti a retorica anti-semita. Un terzo aveva riferito episodi di molestie perché erano ebrei. Gran parte delle intimidazioni nel campus viene agitata dalle settimane "Israel Apartheid" e dalla campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) contro Israele. Questi sono diventati quello che la Pasqua era nel Medioevo, un tempo per gli attacchi contro gli ebrei.

Qualcosa sta chiaramente accadendo, ma che cosa? Molti a sinistra sostengono che essi vengono ingiustamente accusati. Essi non sono contro gli ebrei, dicono, solo contro le politiche dello Stato di Israele. Qui si deve affermare l'ovvio. La critica del governo israeliano non è anti-semita. Né è il movimento BDS intrinsecamente antisemita. Molti dei suoi sostenitori hanno una genuina preoccupazione per i diritti umani. E ', però, una copertura per il nuovo antisemitismo, una diabolica alleanza dell'islamismo radicale e la sinistra politica.

Qual è allora l'antisemitismo? Non si tratta di un insieme coerente di credenze, ma un insieme di contraddizioni. Prima della Shoah, gli ebrei erano odiati perché erano poveri e perché erano ricchi; perché erano comunisti e perché erano capitalisti; perché continuavano a se stessi e perché infiltrati ovunque; perché si aggrappavano tenacemente alle antiche credenze religiose e perché erano cosmopoliti senza radici che credevano nulla.

L'antisemitismo è un virus che sopravvive per mutazione. Nel Medioevo, gli ebrei sono stati odiati a causa della loro religione. Nei secoli 19 e 20 sono stati odiati a causa della loro razza. Oggi sono odiati a causa del loro stato-nazione, Israele. Anti-sionismo è il nuovo anti-semitismo.

La legittimazione è cambiato. Nel corso della storia, quando le persone hanno cercato di giustificare l'antisemitismo, lo hanno fatto con il ricorso alla più alta fonte di autorità disponibili all'interno della cultura. Nel Medioevo, era la religione. Nel post-illuminista Europa era la scienza. Oggi sono i diritti umani. E 'il motivo per cui la democrazia Israeliana è l'unica pienamente funzionante in Medio Oriente, con una stampa libera e indipendente dal potere giudiziario, ed è regolarmente accusata di cinque crimini contro i diritti umani: il razzismo, l'apartheid, crimini contro l'umanità, pulizia etnica e tentato genocidio. Questa è l'accusa del sangue del nostro tempo.

L'antisemitismo è un classico esempio di ciò che l'antropologo René Girard vede come la forma primordiale di violenza umana: capro espiatorio. Quando le cose vanno così male a un gruppo, i suoi membri possono porre due domande diverse: "Che cosa abbiamo fatto di sbagliato?" O "Chi ha fatto questo?" L'intero destino del gruppo dipenderà da cosa si sceglie.

Se si chiede: "Che cosa abbiamo fatto di sbagliato?" Ha iniziato l'auto-critica essenziale per una società libera. Se si chiede: "Chi ha fatto questo?" Che si è definito come una vittima. Sarà poi cercare un capro espiatorio da biasimare per tutti i suoi problemi. Classicamente questo è stato degli ebrei.

Oggi l'argomento va così. Dopo l'Olocausto, ogni essere umano benpensante deve essere opposto al nazismo. I palestinesi sono i nuovi ebrei. Gli ebrei sono i nuovi nazisti. Israele è il nuovo crimine contro l'umanità. Perciò ogni persona ben-pensante deve essere contro allo stato di Israele, e dal momento che ogni Ebreo è un sionista, dobbiamo opporci gli ebrei. Questo argomento è del tutto sbagliato. Non sono stati uccisi ebrei israeliani negli attacchi attacchi terroristici di Tolosa, Parigi, Bruxelles e Copenaghen.

L'antisemitismo è una forma di insufficienza cognitiva. Esso riduce i problemi complessi per semplicità. Si divide il mondo in bianco e nero, vedendo tutto il guasto da una parte e tutto il vittimismo dall'altro. Esso individua un gruppo tra un centinaio di detenuti per la colpa. E 'tacere il dissenso e non impegna in autocritica. L'argomento è sempre lo stesso. Noi siamo innocenti; loro sono colpevoli. Ne consegue che se noi Christiani, Membri della razza ariana o musulmani, devono essere liberi, loro, gli ebrei, o lo stato di Israele deve essere distrutto. Questo è il modo in cui i grandi crimini iniziano.

Ebrei sono stati odiati perché erano diversi. Erano la minoranza non cristiana più cospicua nell'Euroapa cristiana pre-guerra Mondiale. Oggi sono la presenza non-musulmana più cospicua in un Medio Oriente islamico. L'antisemitismo è sempre stato incapace di fare spazio a un gruppo diverso. Nessun gruppo che non accetta il diverso sarà mai in grado di creare una società libera.

L'odio che inizia con gli ebrei non finisce mai con gli ebrei. In un mondo inondato di odio attraverso divisioni religiose, persone di tutte le fedi e non, devono stare insieme, non solo per sconfiggere l'antisemitismo, ma per garantire che i diritti delle minoranze religiose siano difesi in tutto il mondo.

La storia ci giudicherà per come affrontare questa sfida. Non dobbiamo fallire.Schermata 2016-04-04 alle 21.56.11

CALO I “MERDONI” SULLA PALESTINA

Ho tanti merdoni sullo stomaco che ho vissuto in Palestina....

sapete..prima ero là, ma sono stata DEPORTATA.. quindi non ho più nulla da perdere e ho deciso di calare i merdoni. Uno per volta, così li digerite, soprattutto chi grida “free free Palestine”.....
Il merdone di quest'articolo riguarda il Palazzo di Abu Mazen, il presidente della Palestina, o almeno di quello “stato di Palestina” che alcuni pro-pal si dimenano a far riconoscere.
Ebbene, alcuni anni fa l'autorità nazionale palestinese ebbe l'idea di costruire il nuovo palazzo presidenziale per Mahmuod Abbas e che fosse di lusso per ricevere i vari Ban Ki Moon; ma come fare?
Ecco come parrebbe essere andata: c'era questa collina sulla strada per Birzeit a Ramallah, così gli omini dell'anp sono andati dai contadini palestinesi e gli hanno detto che dovevano costruire un asilo per i bambini... la maggior parte dei contadini ha così venduto il terreno all'anp, alcuni addirittura gliel'hanno regalato. Era per i bambini...
Iniziano i lavori con tanto di cartello per l'asilo e magicamente, qualche tempo dopo, il cartello viene tolto e inizia a prendere forma Al Mukata, il palazzo del presidente.
Matrioska di merda sono i soldi per costruirlo che parrebbe arrivino come donazione dal governo della Gran Bretagna per “lo sviluppo della Palestina”. Donazioni delle persone che vogliono una Palestina libera forse, non sicuramente il palazzo di Abu Mazen.
I contadini che hanno dato il terreno però, dopo un po' si incazzano e iniziano a parlare con attivisti e stampa (pochissimi). Si risolve subito il problema democraticamente (in fondo da un presidente non eletto non ci si può aspettare altro), arrivano i Mukabarak e minacciano tutti. Quindi, tutti zitti.
E' una merda bella grossa vero? Domani ne butto giù un'altra, tanto non ho più nulla da perdere.
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Video shock che ha fatto il giro del mondo: 57% degli israeliani contrari all'arresto del soldato killer

di Paola Di Lullo

Due uomini. Un Palestinese, un israeliano. Il primo, armato della sua videocamera, il secondo del suo mitra. Il primo, minacciato di morte dai coloni israeliani che hanno giurato di dare fuoco alla sua casa, il secondo in attesa di giudizio da un tribunale israeliano.

Il primo, barricato in casa con la famiglia e con alcuni attivisti, palestinesi ed internazionali dell'ISM, che si danno il cambio per non lasciarli soli; il secondo, a piede libero da ieri.

Sono Imad Abushamsiya ed Elor Azarya. La mattina dello scorso 24 aprile, a Tel Rumeida, uno dei cinque insediamenti israeliani presenti in Khalil, caso unico di tutta la Palestina, dove gli insediamenti illegali si trovano al di fuori delle città, si consuma un duplice omicidio.

Le foto ed il video che arrivano dalla zona mostrano un palestinese a terra, presumibilmente morto, in una pozza di sangue. Si scoprirà che si chiama Ramzi Aziz Alqasrawi, che ha 21 anni e che avrebbe ferito un soldato dell'IDF. In realtà le foto mostrano un soldato israeliano, a torso nudo, che riceve le cure dai medici e paramedici dell'ambulanza. Sarà dichiarato "leggermente ferito". Ma a terra, lì a Tel Rumeida, dove abita Imad Abushamsiya, c'è un altro palestinese, ferito, ma vivo. È Abdul Fattah Alsharif, 21 anni anche lui, accusato dello stesso reato. Da annotare che, sulla scena, verrà rinvenuto un solo coltello. 

Ma è guardando il video che, d'un tratto, si sobbalza. L'inquadratura si sofferma sul giovane Abdul, sulla sua testa. Sta per passare un furgone. Poco distante, il tenente colonnello David Shapira del Battaglione Shimshon parla con il suo soldato Elor Azarya, indicando il giovane palestinese a terra, ferito e disarmato. Il soldato carica il mitra e spara. Il furgone passa. La videocamera inquadra la testa di Abdul, ormai morto, che perde sangue e materia cerebrale. Perché? Perché, non solo Abdul non è stato soccorso dai medici e paramedici delle ambulanze di cui la zona era piena, ma soprattutto, perché è stato ucciso a bruciapelo?

L'udienza, tenutasi ieri, a carico di Elor Azarya ha stabilito che il soldato sarà processato per omicidio colposo e non volontario, perché ha agito senza intenzionalità. Il colpo da lui sparato, quel colpo con cui, a sangue freddo, è stato giustiziato Abdul, è stato considerato un atto di autodifesa. Elor Azarya aveva paura che Abdul avesse indosso una cintura esplosiva e stesse per azionarla. Ma la cintura non c'era. La decisione non ha tenuto conto nemmeno delle testimonianze di alcuni soldati presenti al momento dell’uccisione del palestinese che, in questi giorni, avevano riferito alla corte di aver sentito il loro collega dire "Il terrorista è vivo e merita di morire". 

Il video, girato da Imad Abushamsiya, e diffuso dall'associazione israeliana non governativa B'Tselem, fa il giro del web e del mondo. Imad, diventa, suo malgrado, famoso. Tristemente famoso per la sua lucidità a mano ferma. Per il suo coraggio. Tutti lo cercano. Rilascia interviste.  Qui, il link della sua intervista ad Al Jazeera.

Ma la telefonata anonima "daremo fuoco alla tua casa, con te e la tua famiglia dentro, come è avvenuto per la famiglia Dawabsheh" non si fa attendere.

 La sua foto, con su impresso WANTED, comincia a circolare sulle bacheche sioniste, dove viene definito "cane".

Da Khalil giungono richieste di aiuto per proteggere Imad e la sua famiglia. Attivisti locali e membri del Team di Khalil dell'ISM si danno il cambio nella sua casa, dove, nella notte tra martedì e mercoledì scorso, i soldati israeliani fanno addirittura irruzione per controllare i documenti di tutti i presenti.

Intanto, in Israele, aumentano le azioni in supporto del militare, sospeso ed arrestato. La destra insorge contro Netanyahu che aveva condannato l’uccisione sommaria del palestinese e approvato l’arresto del militare. Un eroe, per la maggior parte degli israeliani.

Da Gerusalemme, Michele Giorgio dà notizia di un sondaggio della rete televisiva Channel 2, secondo il quale il 57 % degli israeliani è contro l’arresto del soldato ordinato dalla procura militare. La pluralità degli intervistati, il 42 %, descrive la sua azione "responsabile", mentre il 24 %  pensa che l’uccisione del palestinese sia stata una reazione naturale. Solo il 19 % ha detto che il soldato è andato oltre gli ordini ricevuti e appena il 5 % parla di omicidio e approva la posizione presa da Netanyahu e dall’esercito. Numeri allarmanti. Numeri di un paese che dell'odio razziale ha fatto la sua bandiera. Così come dell'occupazione, dell'apartheid, della negazione dei diritti umani ed internazionali. Un paese che non rispetta alcuna legge né convenzione. Un paese con facoltà di uccidere.

Ben diversa la posizione palestinese che, dall'inizio dell'Intifada di Gerusalemme, lamenta che la maggior parte dei veri o presunti attentatori, sono stati immotivatamente uccisi sul posto, mentre avrebbero potuto e dovuto essere disarmati, qualora fossero stati armati, arrestati e processati. Non solo. In questi mesi,  anche esponenti di governi stranieri, di istituzioni internazionali e dei centri per i diritti umani hanno accusato Israele ed il suo esercito di "esecuzioni extragiudiziali".

Lo stesso capo di stato maggiore israeliano, il generale Gadi Eisenkot, a febbraio,  aveva detto di essere contrario all’uccisione sommaria, sul posto, di palestinesi responsabili di attacchi. Le attuali regole d’ingaggio, diceva, sono "soddifacenti e corrette". Le truppe "possono agire solo se c’è pericolo di vita". Ed aggiungeva che "L’Esercito non può agire per slogan del tipo ‘se qualcuno vuole ucciderti, uccidi tu per primo’ o ‘chiunque porti delle forbici dovrebbe essere ucciso’… Non voglio vedere un soldato svuotare il suo caricatore su ragazzine con le forbici". Parole cadute nel vuoto.Schermata 2016-04-04 alle 10.06.26

GAZA. Una nuova speranza per lo sport femminile

La giovane atleta Enas Nofal, arrivata prima negli 800 metri, sogna ora di partecipare alla Maratona di Betlemme e nel frattempo incoraggia le donne della Striscia a praticare sport

di Rosa Schiano

Roma, 29 marzo, 2016, Nena News – Negli ultimi anni e fino a poco tempo fa, la pratica sportiva all’aperto, in particolare la corsa, veniva culturalmente considerata un’attività riservata agli uomini, mentre alle donne veniva offerta la possibilità di recarsi nelle varie palestre presenti nella Striscia per allenarsi e mantenersi in forma tra ginnastica e corsi di aerobica. Negli ultimi mesi sembra che vi sia stata invece una nuova apertura culturale rispetto alla pratica agonistica femminile ed una giovane promessa si sta facendo portatrice di questo cambiamento.

Il suo nome è Enas Nofal, ha soli 15 anni ed è del campo rifugiati di Maghazi, situato nella parte centrale della Striscia di Gaza. Recentemente ha conquistato il primo posto negli 800 metri, una competizione organizzata nello stadio di Beit Hanoun, nel nord della Striscia.

La giovane atleta ha così sfidato la cultura locale ed ha trasformato le critiche in punti di forza, sorprendendo tutti. Nei giorni scorsi ha rilasciato un’intervista in un programma televisivo sul canale di Al Kitab, insieme al suo allenatore, Sami Nadeel. Nel corso del programma Enas ha dichiarato di aver iniziato a correre lo scorso agosto dopo aver guardato, su Youtube, alcuni video di atlete donne come l’ex atleta marocchina Nawal El Moutawakel, specializzata nei 400 metri ostacoli e vincitrice della medaglia d’oro ai Giochi olimpici di Los Angeles 1984 e Mariayam Jamal, atleta bahreinita di origine etiope, due volte campionessa mondiale dei 1500 metri piani. Entusiasta, Enas si è sentita incoraggiata dal loro esempio ed ha trovato sostegno nel suo allenatore, a cui il presentatore del programma ha chiesto un parere sulle difficoltà riscontrate in questo percorso all’interno della società palestinese di Gaza. “Siamo una società conservatrice, è stato difficile all’inizio ma con il passare del tempo la cultura cambia ed abbiamo iniziato a sentirci incoraggiati. Inoltre l’appoggio morale della famiglia di Enas, di suo padre e sua madre, ha aiutato il suo allenamento”.

La giovane ha infatti affermato di essere stata sostenuta dalla sua famiglia, dalle amiche, dagli insegnanti ed anche dal presidente della Federazione Palestinese di Atletica, Nader Halawa. “Inizialmente è stato difficile – ha dichiarato la giovane – alcune persone chiedevano dove fossero i miei genitori e come la mia famiglia potesse lasciarmi fare sport, poi questo modo di pensare è iniziato a cambiare e le famiglie hanno iniziato a portare le loro figlie ad allenarsi. Ora abbiamo una squadra di ragazze ma ci sono ancora alcune persone che criticano la nostra scelta”. “Mi piacerebbe invitare tutte la popolazione della Striscia a venire a correre con noi perché correre fa bene alla salute”, ha affermato Nadeel. “Le critiche diminuiranno con il tempo. Vorrei ringraziare Nader Halawa, presidente della Federazione, per essersi impegnato nell’istituire la prima gara di corsa femminile a Beit Hanoun nel mese di novembre. Trenta ragazze vi hanno partecipato ed Enas ha conquistato il primo posto. Inoltre parteciperà alla maratona internazionale di Betlemme ad aprile”.

Enas, assicurando di poter gestire il suo tempo tra lo studio e l’attività sportiva, racconta l’ansia della prima gara, il suo allenarsi ogni mattina per un’ora e la felicità per l’aver ottenuto il primo posto sugli 800 metri. Il suo allenatore, Nadeel, allena per il momento una squadra di quindici ragazze tra i quindici ed i venti anni di età e che, secondo quanto ha riferito ad Al Kitab, tenteranno tutte di partecipare alla maratona di Betlemme. “L’atletica è una scienza, è studiata nelle università. L’allenamento di oggi è diverso da quello di ieri. Enas ha un proprio programma che prevede un allenamento al mare, uno in salita, uno per la velocità, uno per la resistenza”, ha dichiarato l’allenatore.

Dietro la passione sportiva c’è un forte messaggio politico e identitario. “Dobbiamo mostrare alle persone che nella Striscia non vi è solo guerra ma essa dà alla luce anche persone dotate di talento che onoreranno la Palestina. La mia ambizione è quella di onorare la mia terra ed ottenere una medaglia, il mio obiettivo è partecipare alle Olimpiadi di Tokyo nel 2020. Abbiamo bisogno di campi sportivi dove gareggiare ed allenarci”, ha aggiunto la giovane. Il suo preparatore ha a sua volta tenuto a sottolineare la necessità di avere a disposizione campi sportivi e piste di atletica per l’allenamento e le competizioni. Enas sfida così le critiche della società, la sua determinazione traspare nei suoi occhi ed è contagiosa.

La Maratona di Betlemme, o semplicemente Maratona della Palestina (Palestine Marathon), i cui principali organizzatori sono il Comitato Olimpico Palestinese e Right to Movement e di cui parte del percorso è in prossimità del muro di separazione, si terrà il 1 aprile e vede ogni anno la partecipazione di migliaia di corridori provenienti da tutto il mondo. La maratona nasce per esprimere il diritto fondamentale dell’uomo alla libertà di movimento. I palestinesi infatti non possono muoversi liberamente nelle proprie strade, da una città all’altra né tra Gaza e la Cisgiordania e l’attuale Stato di Palestina non ha il controllo nemmeno sulla distanza di una maratona (42,195 KM).

Diverse sono le manifestazioni sportive che negli ultimi tempi vengono sentite come una opportunità per esprimere il diritto dei palestinesi allo sport. Un diritto spesso negato dalle politiche israeliane e denunciato negli ultimi anni dalla Federcalcio palestinese e dal Presidente del Comitato Olimpico Palestinese. Si tratta di violazioni che riguardano soprattutto le restrizioni sul movimento degli atleti palestinesi, di allenatori, dirigenti di associazioni sportive e di esperti internazionali. A tali restrizioni si aggiungono violazioni dei diritti umani contro gli atleti palestinesi, molti dei quali sono stati arrestati o feriti, le limitazioni sull’entrata delle attrezzature sportive e gli ostacoli per la costruzione di impianti sportivi, nonché la distruzione delle strutture esistenti (come avvenuto nel corso di bombardamenti sulla Striscia).

Per gli atleti della Striscia di Gaza è difficile entrare in Cisgiordania; il 21 febbraio del 2013, ad esempio, le autorità israeliane impedirono a 23 corridori di partecipare alla Maratona di Betlemme senza fornire alcuna ragione. Partecipare alla maratona sarà la prossima sfida di Enas, delle altre ragazze e dei tantissimi atleti palestinesi ed internazionali, perché lo sport possa permettere di creare ponti e superare muri e confini. Nena News

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ISRAELE. Cresce sostegno a soldato che uccise palestinese a sangue freddo

Si moltiplicano gli appelli a sostegno del militare che giovedì scorso aveva ucciso a sangue freddo un palestinese che aveva ferito un israeliano a Tel Rumeida. E’ un “eroe” per gran parte dell’opinione pubblica. Critiche a Netanyahu e all’Esercito che hanno approvato il suo arresto


di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 29 marzo 2016, Nena News – «Riuniamoci tutti alle 18 all’incrocio grande, statale 38, per affermare che il nostro soldato è un eroe».Questo annuncio apparso nella cittadina di Beit Shemesh, alle porte di Gerusalemme, è solo uno dei tanti apparsi in questi ultimi giorni a sostegno del militare israeliano che giovedì scorso ha ucciso a sangue freddo un palestinese ferito e immobile sull’asfalto, Abdel Fattah al Sharif, 21 anni, responsabile dell’accoltellamento (senza gravi conseguenze) di un soldato a Tel Rumeida, ad Hebron. La vicenda, emersa grazie al filmato girato da un attivista palestinese del centro per i diritti umani B’Tselem, mostra una società schierata in maggioranza dalla parte del soldato-killer che, dicono e scrivono tanti israeliani, avrebbe fatto «la cosa giusta» e sarebbe un eroe. La petizione pubblica che chiede di assegnare al militare la “medaglia d’onore” ieri sera era stata firmata già da 51.900 israeliani. Intanto il palestinese che dalla propria abitazione ha ripreso l’uccisione a freddo di Abdel Fattah al Sharif denuncia di essere stato minacciato di morte da parte dei coloni israeliani di Tel Rumeida che si sarebbero detti pronti a bruciare la sua abitazione se non lascerà subito Hebron.

Il caso del soldato-killer, di cui non si può rendere nota l’identità, ha innescato proteste contro il premier Netanyahu e i vertici delle Forze Armate che la scorsa settimana, avevano condannato l’uccisione sommaria del palestinese e approvato l’arresto del militare. I ministri ultranazionalisti, a cominciare da quello dell’educazione Naftali Bennett (Casa ebraica), criticano il primo ministro, che pure è ideologicamente vicino alla destra radicale, perchè ha condannato «troppo in fretta» un soldato che «ama la sua patria» e «ha fatto il suo dovere». Oggi gli arresti del militare saranno prolungati e alcuni deputati ed esponenti dell’estrema destra, fra cui l’ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman, saranno presenti al dibattito per incoraggiarlo. Messaggi di dolore e di protesta vengono diffusi in continuazione dalla famiglia, dall’avvocato e dagli amici del militare che, secondo una tesi, avrebbe ucciso il palestinese a sangue freddo perchè temeva che potesse azionare un corpetto esplosivo nascosto sotto la giacca. Tesi smentita dalla testimonianza di un altro militare il quale ha riferito al suo comandante che prima di sparare il soldato sotto inchiesta gli aveva confidato «che il terrorista aveva ferito un suo amico e meritava di morire». A nulla erano valse le rassicurazioni offerte dal testimone sulle condizioni del soldato, ferito solo leggermente dalla pugnalata subita. Inoltre dopo aver ucciso il palestinese il militare è andato a stringere la mano a Baruch Marzel, esponente dell’ala più radicale del movimento dei coloni, accusato più volte in passato di aver preso parte ad azioni violente contro la popolazione palestinese che vive intorno alle colonie ebraiche a Hebron.

Le motivazioni del soldato, vere o false, in realtà contano poco in un clima che, ha notato Natasha Roth del sito d’informazione +972, sostiene e non scoraggia questo tipo di azioni. Un sondaggio della rete televisiva Channel 2 mostra che il 57 per cento degli israeliani è contro l’arresto del soldato ordinato dalla procura militare. La pluralità degli intervistati, il 42 per cento, descrive la sua azione «responsabile» mentre un altro 24 per cento pensa che l’uccisione del palestinese sia stata una reazione naturale. Solo il 19 per cento ha detto che il soldato è andato oltre gli ordini ricevuti e appena il 5 per cento parla di omicidio e approva la posizione presa da Netanyahu e dall’esercito che hanno condannato l’uccisione sommaria del palestinese (contro il 68% per cento).

Sui social i commenti sono persino più radicali delle risposte riferite dal sondaggio. Pagine e profili di Facebook sono colmi di inni al soldato e al suo “coraggio” e che esortano a seguire il suo esempio. Il punto centrale è quello degli input che ricevono la società israeliana e i militari più giovani, dal mondo politico e da quello religioso più oltranzista. Il rabbino capo sefardita di Israele, Yitzhak Yosef, qualche settimana fa aveva definito un “precetto religioso” uccidere gli assalitori palestinesi anche se il capo di stato maggiore e la Corte suprema possono pensarla diversamente. Ora lo stesso Yosef ricorda ai “gentili”, i non ebrei, che potranno vivere in Israele solo se rispetteranno i “sette principi” etici della legge religiosa ebraica.

Contano anche le continue proposte di legge della ministra della giustizia Ayelet Shaked (Casa ebraica) ben inserite in questa atmosfera. L’ultima, approvata due giorni fa dagli altri ministri, è volta a permettere ai giudici di punire con il carcere i palestinesi minori di 14 anni condannati per “terrorismo”, un reato dai margini larghi in Israele poichè include anche il lancio di sassi contro jeep militari e auto dei coloni. «Il terrorismo non ha età – ha commentato la ministra Shaked – e oggi non ci sono pene corrispondenti alla crudele realtà che abbiamo di fronte. Se vogliamo creare un deterrente e un cambiamento della realtà, allora dobbiamo apportare le modifiche necessarie».

In casa palestinese l’esecuzione di Hebron è considerata la regola e non l’eccezione da quando è cominciata l’Intifada di Gerusalemme lo scorso ottobre. L’opinione pubblica nei Territori occupati perciò non sembra seguire lo sviluppo del caso con particolare attenzione. Esprimono oltraggio invece tutte le forze politiche e il segretario generale dell’Olp, Saeb Erekat, che ha comunicato di aver chiesto alle Nazioni Unite «l’apertura di un’indagine ufficiale sulle esecuzioni extragiudiziali israeliane contro i palestinesi» dopo l’incontro avuto con l’inviato dell’Onu Nickolay Mladenov. Nena News

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Salvini in Israele per studiare i «modelli di sicurezza»

Il leader del Carroccio trascorrerà tre giorni nello Stato ebraico dove, tra gli altri, vedrà il ministro per la sicurezza interna Gilad Erdan e uno dei capi della destra estrema, Avigdor Lieberman. Nessun incontro con gli “arabi”

della redazione

Gerusalemme, 29 marzo 2016, Nena News – Prima di un possibile faccia a faccia con Donald Trump, Matteo Salvini arriva oggi in Israele dove per tre giorni studierà «i modelli di sicurezza». È il primo viaggio del leader della Lega in Israele.

Già qualche mese fa Salvini intendeva visitare lo Stato ebraico ma fu bloccato, stando alle indiscrezioni che circolarono in quella occasione, dalle perplessità di dirigenti israeliani e di esponenti della comunità ebraica italiana a proposito dei legami che il capo del Carroccio mantiene in Europa con partiti e organizzazioni di estrema destra.

A Gerusalemme Salvini visiterà il Memoriale dell’Olocausto (Yad Vashem). Poi andrà al confine con Gaza per “osservare” il funzionamento del valico di Kerem Shalom l’unico dal quale transitano le merci e i materiali diretti nella Striscia sotto blocco israeliano dal 2006. Alla Knesset avrà colloqui con il vice speaker Nachman Shai e il presidente della commissione esteri e difesa Tzachi Hanegbi.

Gli incontri politicamente più significativi saranno con il ministro della sicurezza interna Gilad Erdan, il vice ministro per la cooperazione regionale, Ayoub Kara e il leader del partito ultranazionalista “Yisrael Beitenu”, Avigdor Liberman, con il quale non avrà difficoltà a trovare posizioni comuni.

Vedrà inoltre il Custode francescano di Terra Santa, Pierbattista Pizzaballa e il Nunzio apostolico monsignor Lazzarotto.

Se si esclude il colloquio con il vice ministro Ayoub Kara (un druso) non è previsto alcun incontro con palestinesi in Israele (20% della popolazione) e dei Territori occupati. Nena News

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APPELLO UNITARIO PER UNA PRESENZA DELLE RESISTENZE ALLE CELEBRAZIONI DEL 25 APRILE 2016

Le realtà organizzate che già nel 2015 hanno promosso una presenza militante antifascista, internazionalista, antisionista e antimperialista alle celebrazioni del 25 aprile a Roma, anche per quest’anno, sulla scia dei risultati conseguiti lo scorso anno, invitano tutte le forze, le aree sociali, le organizzazioni democratiche, antifasciste, anticapitaliste, ed i singoli compagni, ad una forte mobilitazione unitaria che riprenda il percorso dello scorso anno, ampliandone la portata ed il significato politico, visto che nell’anno trascorso la situazione interna e internazionale è cambiata in peggio.

Infatti è sempre più reale la possibilità di una nuova guerra imperialista, ovvero dell’aggiungersi di nuovi scenari di guerra a quelli già esistenti in Europa (Ucraina) e Medio Oriente (Siria, Iraq e Yemen), con l’entrata in guerra dei paesi occidentali in Libia: una nuova guerra colonialista per la rapina delle risorse di quel paese e la spartizione del bottino tra i componenti dell’imperialismo mondiale, mentre la situazione nel sud del Mediterraneo è ormai esplosiva e le politiche di accoglienza di chi fugge dalla guerra che l’occidente ha provocato sono di fatto politiche di respingimento che hanno fatto del mare Mediterraneo un immenso cimitero.

Anche quest’anno, con la nostra presenza, vogliamo ribadire che la festa della Liberazione del nostro paese dal nazifascismo non è un anniversario né una commemorazione, ma una sfida a rinsaldare il vincolo della solidarietà internazionalista e ad attualizzare i valori della lotta di liberazione calandoli nel vivo del contesto storico che stiamo attraversando.

Perciò vogliamo manifestare il nostro appoggio a tutte le resistenze popolari che si battono contro l’imperialismo, vogliamo portare il nostro sostegno agli Stati sotto l’attacco del capitale internazionale, in particolare nel Mediterraneo ed in America Latina, vogliamo lottare per tenere l’Italia fuori dalla guerra e dare il nostro sostegno alle lotte di liberazione in tutto il mondo. Vogliamo essere parte attiva nella resistenza internazionalista, e nelle resistenze che si stanno organizzando nel nostro paese contro la precarietà, lo sfruttamento, la chiusura degli spazi sociali, la crescente militarizzazione del territorio, foriera di nuove repressioni. Sosteniamo l’accoglienza e il diritto alla cittadinanza senza limitazioni razziste e xenofobe.

Invitiamo perciò tutti e tutte ad intervenire alle celebrazioni del 25 aprile 2016 a Roma e a fare altrettanto in tutta Italia in maniera forte e unitaria. Porteremo con noi la bandiera della Palestina, simbolo della più lunga e accanita lotta contro l’invasore e l’oppressore dei nostri tempi, e le bandiere di tutte le Resistenze.

IL 25 APRILE 2016 TUTTI IN PIAZZA PER L’ANTFASCISMO,
LA RESISTENZA E LA LIBERTA’ DEI POPOLI OPPRESSI

Comunità Palestinese di Roma e del Lazio; Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila; Comitato Con la Palestina nel cuore; Forum Palestina; Comitato per non dimenticare il diritto al ritorno; Fronte Palestina (Roma); UDAP; Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese; associazione “Amici dei prigionieri palestinesi”; Rete Romana di solidarietà con il Popolo Palestinese; CIRC Internazionale; PCL; PRC; PCdI; Rete dei Comunisti; CARC; JVP Srilanka (comitato in Italia); Comunità filippina; USB; Piattaforma Sociale Eurostop; Spazio Sociale “Roberto Scialabba”; Osservatorio Sulla Repressione; Umangat-Migrante Roma (Filippine).

Per adesioni: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

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REGOLE D'INGAGGIO MADE IN ISRAEL!

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L'Autorità Palestinese presenta rivendicazioni contro Israele alla Corte penale internazionale.

Insediamenti, espropriazione delle terre e aggressività dei coloni, vengono discussi in incontri ad Amman

Un Funzionario Palestinese dice che l'Autorità Palestinese presenta rivendicazioni contro Israele alla Corte penale  internazionale Contro Insediamento, l'espropriazione delle terre dei coloni e le aggressioni, sabato scorso sono stati discussi in un meeting ad Amman.


Alti funzionari dell'Autorità Palestinese si sono incontrati con rappresentanti della Corte penale internazionale ad Amman il Sabato, e presentati contro Israele in merito a casi gravi che hanno già depositato presso il giudice della ICC.
La delegazione palestinese è composta da avvocati e attivisti della commissione competente per i casi ICC per conto dell'OLP e organizzazioni per i diritti umani all'interno della PA.
rappresentanti ICC hanno ricevuto un briefing generale sul impresa insediamenti, tra cui figure e fotografie aeree, e l'effetto degli insediamenti sulla vita dei palestinesi, il quotidiano giordano Al-Ghad ha riferito Domenica mattina, citando un membro della delegazione palestinese di alto livello.
Gli incontri proseguiranno anche Lunedi. I palestinesi presenteranno quattro casi, tutti collegati agli insediamenti e le azioni di Israele a Hebron e Gerusalemme Est, portando testimonianze e accuse di danni ambientali, appropriazione delle risorse idriche, espropriazione delle terre e di aggressione da coloni, ha aggiunto il funzionario. Il funzionario ha detto che i palestinesi hanno  sollevato il caso della incendio doloso contro la casa di famiglia Dawabshe e l'omicidio di Mohammed Abu Khdeir.
I funzionari si aspettano da ICC procuratore Fatou Bensouda, di appoggiare la posizione palestinese determinando che  le prove siano sufficienti per aprire un'inchiesta, soprattutto perché questo è uno dei principali casi presentati dai palestinesi alla corte.
Fonti palestinesi hanno detto di essere contrastati da pressioni internazionale degli Stati Uniti, in collaborazione con Israele, cercando di  fermare i casi. Questo è il motivo per cui è stato così importante per presentare tutti i dati, tra cui una panoramica storica della politica degli insediamenti e il suo impatto sui palestinesi, ha detto funzionari palestinesi, perché un accordo ICC di aprire un'inchiesta porterebbe probabilmente alla ricerca di alti funzionari israeliani, tra cui Il primo ministro Benjamin Netanyahu.
Un funzionario palestinese ha anche detto ad Haaretz che l'ordine del giorno Domenica comprende la questione dei prigionieri palestinesi detenuti in Israele, le guerre a Gaza e il blocco sulla Striscia di Gaza, così come il loro effetto sui palestinesi.

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Il congresso USA blocca i fondi destinati all’autorita palestinese

A denunciarlo è stato ieri l’ambasciatore palestinese negli Stati Uniti. Il capo del Consiglio di Duma – il villaggio tristemente noto per il rogo della famiglia Dawabshe – attacca il governo di Ramallah: “non ci sta difendendo”. Israele confisca 1.500 dunam di terra nell’area di Nablus

di Roberto Prinzi

Roma, 21 marzo 2016, Nena NewsL’ambasciatore palestinese in Usa ne è convinto: il Congresso statunitense avrebbe condizionato il pagamento di 159 milioni di dollari all’Autorità palestinese (Ap) alla ripresa delle trattive di pace con Israele. Maen Erakat era una fiume in piena ieri: secondo lui il Congresso, su richiesta di Kay Granger, la presidente della Sottocommissione per le operazioni estere, ha bloccato la somma pattuita perché l’Ap sosterrebbe il “terrorismo”. Per l’ambasciatore palestinese gli obiettivi dei legislatori pro-israeliani statunitensi sono essenzialmente due: obbligare Ramallah a sedersi al tavolo delle trattative con Tel Aviv e impedirle, nello stesso tempo, di aderire ad altre organizzazioni internazionali.

Lo scorso anno, infatti, l’Autorità palestinese ha fatto richiesta di adesione a 15 organizzazioni internazionali. Tra queste, la Corte penale internazionale che potrebbe processare i leader israeliani per crimini di guerra. Quanto denunciato da Erakat, qualora dovesse essere confermato ufficialmente, non rappresenterebbe una novità: già nel 2011, in seguito alla richiesta dell’Ap di una piena appartenenza all’Onu, il Congresso bloccò per ritorsione la somma di aiuti salvo poi, in una fase successiva, rivedere la sua decisione. L’amministrazione Obama ha stanziato 440 milioni di dollari di aiuti nel 2015, di cui 131 provengono dall’Usaid (Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale) per progetti di sviluppo economico e 70 sono destinati alle agenzie di sicurezza di Ramallah.

Negli ambienti politici statunitensi si fa ormai sempre più strada l’idea di una ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi. Questo mese il Wall Street Journal ha scritto che la Casa Bianca starebbe pensando di sostenere una risoluzione di pace presso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu che delinei, prima della fine del secondo mandato di Obama, le linee guida dei futuri colloqui tra Ramallah e Tel Aviv. Una proposta ribadita anche recentemente dal vice presidente Joe Biden nel corso della sua visita in Israele e nei Territori occupati palestinesi.

Al momento è difficile poter immaginare che le due parti possano tornare a breve a parlare di “pace”. Le durissime critiche rivolte all’Ap da israeliani e americani – Ramallah resterebbe colpevolmente in “silenzio” di fronte agli attacchi palestinesi – bastano da sole a descrivere quanto sia avvelenato il clima politico. Il presidente Abbas, inoltre, è incalzato anche sul piano interno. Ieri il leader del consiglio di Duma (Nablus), Abd as-Salam Dawabshe, ha accusato Ramallah di “negligenza” per non aver saputo difendere il villaggio. Sabato notte alcuni aggressori ancora ignoti (Tel Aviv ha negato la pista nazionalistica) hanno dato fuoco alla casa dell’unico testimone del rogo che, lo scorso luglio, ha ucciso Sa’ad Dawabshe, sua moglie Riham e il loro figlio Ali di 18 mesi (l’unico sopravvisuto è stato l’altro figlio Ahmed di cinque anni).

Il capo del consiglio di Duma ha detto di aver mandato anche una lettera alla “Commisione dell’Olp contro il muro e le colonie” chiedendo un budget mensile di 20.000 shekel (poco più di 5.000$) necessario all’assunzione di 10 guardiani e all’acquisto di strumenti di difesa. Tuttavia, sostiene Dawabshe, finora “nulla è arrivato”. La difesa della Commissione non si è fatta attendere. “Abbiamo fornito giacche, torce e schede telefoniche prepagate in 100 luoghi sottoposti agli attacchi dei coloni” ha dichiarato il capo della Commissione, Walid Assaf. “Non so – ha aggiunto – dove sia questo materiale, ma so che è stato consegnato alle sezioni locali di Fatah”

Ramallah è poi in questi giorni alle prese con una nuova polemica con le autorità israeliane. Ieri il premier palestinese Rami Hamdallah ha definito “razzista” la recente decisione israeliana di vietare l’ingresso in Israele di prodotti alimentari palestinesi. “Israele – ha detto il primo ministro – sta procedendo con i suoi tentativi di isolare Gerusalemme dai suoi dintorni cancellando la sua identità [araba]”. Il rifiuto posto da Tel Aviv è una mossa “politica oppressiva” ha sottolineato. “Attraverso questa decisione – ha tuonato Hamdallah – Israele sta provando a distruggere la nostra economia nazionale e a impedirne lo sviluppo”.

Poco fa, intanto, l’Amministrazione civile israeliana (il corpo che “governa” i Territori Occupati) ha annunciato che confischerà nel distretto di Nablus 1.200 dunam di terra (un dunam corrisponde a 1.000 metri quadrati). I villaggi interessati all’espropriazione sono quelli di al-Laban, as-Sawiya e al-Qaryut. A denunciare la nuova disposizione israeliana è stato l’ufficiale dell’Ap Ghassan Dhaglas. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

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Israele ed Arabia Saudita: nuove alleanze in Medio Oriente

Tel Aviv accoglie la decisione di iscrivere Hezbollah nella lista dei movimenti terroristici. I due paesi hanno interessi comuni nella regione, dalla Siria alla contrapposizione all’Iran 

di Stefano Mauro – Contropiano

Roma, 19 marzo 2016, Nena News – Lo stato israeliano si “associa alla decisione di iscrivere lo Hizbollah nella lista dei movimenti terroristi”. Così il ministro degli esteri dello stato sionista, Tzipi Livni, ha espresso soddisfazione e appoggio nella decisione di considerare la resistenza libanese come movimento terrorista da parte sia dei paesi del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo) che della Lega Araba, due istituzioni che ormai esistono come emanazione del paese egemone della regione: l’Arabia Saudita. In un comunicato su Twitter il ministro israeliano ha affermato che “la decisione è giusta e corretta” ed ha aggiunto “che il prossimo passo è quello di vietare allo Hizbollah di partecipare alle prossime elezioni in Libano”.

Appare sempre più evidente, secondo diversi analisti, che si stia ormai consolidando una nuova alleanza tra lo stato ebraico e l’Arabia Saudita. In questi giorni, come riportano alcuni giornali, una delegazione israeliana di alto livello si è recata a Riad “per discutere questioni di interesse comune”. L’obiettivo principale è quello di contrapporsi agli antagonisti nella regione: Iran, Siria e, nelLibano, Hizbollah.

Diverse poi sono diventate le convergenze politiche tra questi due paesi a causa anche di alcuni eventi. Il primo, forse quello fondamentale, è legato agli accordi di Vienna tra il quintetto (Usa, Francia, Regno Unito, Cina e Russia) più Germania e l’Iran. Gli accordi, osteggiati da entrambi i paesi, hanno dato nuova forza politica, nella regione mediorientale, allo stato iraniano a discapito sia dell’Arabia Saudita che di Israele. Il secondo è stato la guerra civile in Siria che doveva essere una maniera di eliminare il regime siriano, avversario scomodo sia dei sauditi che degli israeliani.

Gli effetti, invece, sono stati totalmente differenti: un rafforzamento politico da parte di tutto quell’asse avversario sciita (Iran, Iraq e Hizbollah) con il sostegno politico e militare russo e la perdita del controllo di tutte quelle formazioni jihadiste (Daesh e Al Nusra) precedentemente finanziate ed armate dai paesi del Golfo e dall’Arabia Saudita, con una tacita convergenza da parte israeliana. La reazione di entrambi i paesi, quindi, è legata, inevitabilmente, al fatto che le alleanze e gli equilibri nel Medio Oriente sono totalmente cambiati ed in quest’ottica uno dei denominatori o nemici comuni da combattere è Hizbollah.

Per la petromonarchia saudita, infatti, il partito sciita è diventato una continua spina nel fianco. In Siria è intervenuto a fianco del regime di Bashar Al Asad cambiando, secondo molti analisti, le sorti della guerra civile. In Libano il partito sciita ha notevolmente aumentato il proprio consenso e sostegnoa livello nazionale, non soltanto tra la comunità sciita, a discapito del pupillo di Riad, Saad Hariri, leader del partito “Mustaqbal”. In Yemen, l’Arabia Saudita mal sopporta il sostegno politico ad Ansarullah (Houti) e le continue condanne di Hizbollah per l’atroce campagna militare contro gli Houti come la continua serie di arresti e uccisioni di dissidenti politici sciiti nel Bahrein.

Lo stato israeliano, invece, ha ancora in sospeso con Hizbollah la sconfitta del 2000 e la disastrosa invasione del Libano del 2006. Nel 2000, infatti, l’esercito ebraico si ritirò unilaterale, per la prima volta nella storia dello stato sionista, dopo numerose e insostenibili sconfitte; nel 2006, invece, l’invasione del Libano, partita con l’intenzione di annientare definitivamente la resistenza libanese, si trasformò in una carneficina nei confronti dei civili libanesi ed in una conferma della capacità militare di Hizbollah.

Con l’iscrizione di Hizbollah nella lista delle organizzazioni terroriste da parte dei paesi del Golfo, Israele ha avuto, di fatto, campo libero nell’intraprendere la sua nuova campagna mediatica e militare contro il movimento politico sciita libanese. In queste settimane, infatti, lo stato israeliano ha avviato una nuova serie di esercitazioni militari ed aeree a ridosso del confine libanese (Shibaa Farms), zona presieduta dai caschi blu dell’Unifil.

In contemporanea sono aumentate esponenzialmente le segnalazioni sulla presenza di droni israeliani che tentano di spiare le postazioni difensive della resistenza libanese, in particolare nella zona di Bint Jbeil (fonte Al Akhbar). Nella stessa maniera la stampa israeliana discute su un possibile intervento analizzando i pro ed i contro. Le forze israeliane sono consapevoli che Hizbollah sia in questo momento più vulnerabile che in passato visto che un quarto delle sue milizie, circa 5000 uomini, sono impegnate nel conflitto siriano.

Dall’altra parte le preoccupazioni sono legate al fatto che Hizbollah abbia acquisito maggiore esperienza sul campo di battaglia, abbia ricevuto nuovi equipaggiamenti ed armi dai suoi principali sponsor, Iran e Russia, e sia, quindi, molto più pericoloso di prima. Basti pensare alle dichiarazioni fatte dal segretario generale del partito, Hassan Nasrallah, che in un suo discorso legato proprio ad un possibile intervento israeliano in Libano ha ribadito che “la resistenza libanese è pronta ad un possibile intervento militare israeliano perché, come sa bene l’entità sionista (in riferimento alla continua attività di spionaggio israeliana, ndr), abbiamo nuove armi offensive e difensive” ed ha ribadito che “noi non vogliamo nessun conflitto anche perché non siamo noi a portare avanti assassini mirati (Samir Kuntar, ndr), siamo una forza di resistenza per il Libano contro i progetti coloniali dell’entità sionista nella regione e siamo in grado di bombardare tutte le principali città israeliane ed in particolare la città di Haifa (con i suoi depositi di ammoniaca e le sue fabbriche chimiche, ndr)”.

In riferimento all’alleanza tra sauditi e israeliani, come in effetti sta avvenendo, Nasrallah ha dichiarato “Israele vede che siamo un problema. Ha tentato due strade: la prima quella di una guerra diretta contro noi nel 2006 ma con un tentativo inefficace, la seconda quella di demonizzare il nostro partito a livello nazionale e regionale insieme ai sauditi…… di indebolirci economicamente e politicamente in modo da creare le condizioni di un nuovo interventomilitare per eliminarci, ma noi abbiamo sempre dimostrato la nostra capacità come forza di resistenza nazionale e popolare”.

Contrastanti sono le reazioni dei paesi dell’area dove da una parte i governi cercano di isolare politicamente Hizbollah nella regione, ma dall’altra numerosi partiti e movimenti popolari, dalla Palestina alla Tunisia, dichiarano la loro solidarietà ed il loro sostegno nei confronti del partito sciita. Hizbollah è, infatti, riconosciuto come la resistenza libanese ai continui attacchi della galassia jihadista che imperversa in medio oriente (Daesh e Al Nusra) e come una forza che è riuscita ad isolare i confini del paese dei cedri dal baratro della guerra civile e dalla radicalizzazione jihadista.

Infine un ultimo aspetto dell’alleanza israelo-araba appare preoccupante. La stabilizzazione dei rapporti tra arabi e israeliani potrebbe, infatti, mettere in secondo piano la questione palestinese e portare all’abbandono della Palestina dalle priorità degli stessi paesi arabi per una soluzione del conflitto. Israele, quindi, avrebbe le mani libere,in maniera incondizionata, nella sua politica di colonizzazione e devastazione all’interno dei Territori Palestinesi Occupati.

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ANALISI. La disgregazione politica palestinese, la cultura e l’identità nazionale

Qual è stato il peso dell’OLP e quali le ripercussioni ha generato la sua disgregazione nel corpo politico palestinese? In che modo ha tale frammentazione interessato la sfera culturale e il contributo di quest’ultima alla formazione di un’identità nazionale palestinese? 

di Jamil Hilal – Al Shabaka*

Roma, 19 marzo 2016, Nena News – Il campo politico palestinese, dominato dall’OLP fin dai primi anni ’60, si è disintegrato con l’emergere dell’Autorità Palestinese all’indomani degli accordi di Oslo. Qual è stato il peso dell’OLP e quali le ripercussioni ha generato la sua disgregazione nel corpo politico palestinese? In che modo ha tale frammentazione interessato la sfera culturale e il contributo di quest’ultima alla formazione di un’identità nazionale palestinese? A tali domande proveremo a rispondere nel commento che segue.

Lo strapotere dell’OLP nel campo palestinese ha avuto inizio poco dopo la battaglia di Al-Karameh, nel 1968, che rese possibile il fiorire di una relazione centralizzata con le comunità storiche della Palestina: in Giordania, in Siria, in Libano, nel Golfo, in Europa e nelle Americhe. Tali comunità hanno ampiamente accolto l’OLP come unico leader legittimo, a dispetto delle influenze esterne, della sua profonda dipendenza da aiuti stranieri, delle controverse relazioni con il paese di residenza e delle sue relazioni regionali e internazionali. Come risultato, le particolari condizioni e caratteristiche di ogni comunità venivano trascurate, così come venivano ignorate le rispettive responsabilità nazionali, sociali e organizzative.

Da tale posizione dominante, l’OLP era anche in grado di consolidare le pratiche politiche delle élite; pratiche comuni nel mondo arabo e internazionalmente, ma che sarebbe stato meglio se non avessero attecchito nel popolo palestinese; considerata la dispersione territoriale e la loro lotta per la liberazione. Il fatto che l’OLP emerga e funzioni in uno scenario regionale e internazionale che non è amico della democrazia, sia nella teoria sia nella pratica, ha contribuito a questo suo sviluppo. La regione araba è stata dominata da regimi con ideologie nazionaliste e totalitarie, o in alternativa da monarchie teocratiche e autoritarie; e la democrazia era vista come una formula aliena tanto quanto il colonialismo occidentale. Allo stesso modo, l’OLP e le sue fazioni hanno stretto alleanze con i paesi socialisti e del terzo mondo, pochi dei quali avevano alle spalle esperienze democratiche. La natura ‘rentieristica’ delle istituzioni dell’OLP e la sua dipendenza da aiuti provenienti da paesi arabi socialisti e non democratici non ha fatto che rinforzare un approccio elitario e non democratico alla politica.

Una terza caratteristica dell’egemonia dell’OLP era che le sue fazioni avevano fatto esperienza di un precoce processo di militarizzazione; in parte a causa degli scontri tra la stessa organizzazione e i regimi arabi che la ospitavano, in parte perché era costantemente presa di mira da Israele. Questa militarizzazione formale, contrapposta alla guerriglia, ha aiutato a giustificare una stretta relazione tra leadership politica e membri dell’élite.

Tra gli anni ’70 e gli anni ’90, le fazioni e le istituzioni dell’OLP hanno subito numerosi choc, come conseguenza di vari cambiamenti nello scenario regionale e internazionale. Questi inclusero l’espulsione dalla Giordania a seguito degli scontri armati del 1970-71, la guerra civile divampata in Libano nel 1975, la conseguente invasione israeliana del paese nel 1982, l’esodo dell’OLP dal paese a seguito dei massacri di Sabra e Shatila; e la guerra contro gli stessi campi palestinesi avvenuta tra il 1985 e il 1986. La prima Intifada (insurrezione popolare) contro Israele nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza alla fine del 1987 fu un momento in cui l’Islam invase il campo politico palestinese (1988). Il collasso dell’Unione Sovietica nel tardo 1989, la prima guerra del Golfo un anno più tardi e il conseguente isolamento politico e finanziario dell’OLP erose infine tanto le sue alleanze tanto le sue fonti di sostentamento.

Gli effetti della disintegrazione

Durante la Prima Intifada, l’élite politica palestinese mancò di comprendere l’importanza di restaurare il movimento nazionale palestinese, così come dell’intessere nuove relazioni tra la leadership centralizzata e le varie comunità palestinesi. Inoltre, l’OLP fallì nel trovare un modo per neutralizzare l’Islam politico quando questo prese piede nel panorama palestinese – come emanazione della Fratellanza Musulmana – e non integrò Hamas nel processo politico nazionale. Allo stesso tempo, l’organizzazione islamista mancò di ridefinire la propria identità sulla base di un’agenda nazionale. Come conseguenza, il movimento politico palestinese che era stato precedentemente definito come un movimento nazionale o come una rivoluzione, iniziò ad essere chiamato ‘il movimento nazionale e islamico’.

Infatti, la Prima Intifada spinse la leadership politica a centralizzare ulteriormente il processo decisionale e firmò gli accordi di Oslo senza consultare le forze politiche e sociali interne ed esterne alla Palestina. Oslo garantì all’OLP la razionalizzazione politica, organizzativa e ideologica necessaria a marginalizzare i rappresentanti delle istituzioni nazionali palestinesi già esistenti, giustificando tale processo con la costituzione di un nucleo statale palestinese. L’Autorità Palestinese fu esclusa dalla trattativa con i palestinesi in Israele e perse molto presto interesse nella causa dei palestinesi giordani. Il suo atteggiamento nei loro confronti, come del resto anche in quelli dei palestinesi presenti in Libano, in Siria, nei paesi del Golfo, in Europa e in America, fu drasticamente ridotto a una serie di formalità burocratiche che rimanevano limitate alle sue ambasciate e ai suoi uffici rappresentativi nei rispettivi paesi.

Quando l’establishment palestinese, in qualità di autorità di auto-governo limitata alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza, fallì nel prendere le redini dello stato palestinese, le élite politiche furono private del loro potenziale stato sovrano centralizzato; e ciò accelerò la disintegrazione del movimento nazionale. La vittoria di Hamas nel 2006 alle elezioni legislative e il suo controllo totale sulla Striscia di Gaza dal 2007 contribuì infine all’attuale spaccatura tra le due autorità, una in Cisgiordania e l’altra a Gaza. Entrambe rimasero sotto occupazione e controllo di uno stato colonizzatore e coloniale che continua ad annettere territori e deportare cittadini palestinesi su entrambi i lati della linea verde.

La disintegrazione del campo politico nazionale ha avuto numerose ripercussioni. Le istituzioni nazionali rappresentative si dissolsero, mentre le élite politiche locali consolidarono il proprio potere. I leader ancorarono la propria legittimità alle loro passate esperienze partitiche o organizzative, così come alla loro interazione diplomatica con altri paesi della regione e istituzioni internazionali. Il discorso dominante, localmente e internazionalmente, ridusse la Palestina ai territori occupati nel 1967 e la gente palestinese al rango di coloro che vivono sotto l’occupazione palestinese; marginalizzando i rifugiati e gli esiliati assieme ai cittadini palestinesi di Israele. L’apparato di sicurezza in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza crebbe esponenzialmente, sia in termini di proporzioni sia di fondi destinati al suo mantenimento. La natura ‘rentieristica’ delle autorità a capo di entrambe le aree fu modulata in base alla dipendenza da aiuti stranieri, remittenze e accresciuta confluenza di capitali privati nelle loro economie.

Si sono verificate anche trasformazioni rilevanti nella struttura sociale della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Tra le quali l’emergere di una classe media relativamente ampia che è confluita nelle istituzioni dell’Autorità Palestinese in aree quali la formazione, sanità, sicurezza, finanza e amministrazione, così come il nuovo settore bancario e le numerose Ong. Nel mentre, la classe dei lavoratori si è contratta, le ineguaglianze tra i vari segmenti sociali si sono approfondite e la disoccupazione rimane elevata, in particolare tra i giovani e i neolaureati. La mentalità d’ufficio ha preso sempre più piede, scalzando quella di chi lotta per la libertà. Sebbene Fatah e Hamas si definiscano movimenti per la liberazione, sono stati trasformati in strutture burocratiche gerarchiche e sono soprattutto interessate alla propria sopravvivenza.

Le élite politiche ed economiche non si sono dimostrate timide nell’ostentare la propria ricchezza e i propri privilegi, a dispetto di un’occupazione coloniale repressiva. La classe media in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è perfettamente consapevole di come i propri standard e stile di vita dipendano dall’esistenza delle due autorità. Tuttavia, la maggior parte della popolazione rimane soggetta all’oppressione e all’umiliazione dell’esercito israeliano e dei coloni armati; soffrendo non solo la mancanza di condizioni di vita decenti e di un futuro lavorativo, ma anche dell’assenza di ogni tipo di soluzione nazionale all’orizzonte. L’assedio draconiano portato avanti da Egitto e Israele su Gaza è più ferreo che mai, accompagnato dalle guerre distruttive volute da Israele mentre la pulizia etnica perpetrata ai danni dei palestinesi di Gerusalemme continua inesorabile; facendo uso di sfratti, ritiro dei permessi e di un’ampia serie di pratiche analoghe.

Tali condizioni pongono i presupposti per una situazione esplosiva nei territori occupati del 1967. Tuttavia, dal momento che l’OLP, i partiti politici e una buona parte delle organizzazioni della società civile non si mobilitarono, o non poterono mobilizzarsi, contro l’occupazione, gli scontri con l’esercito israeliano e i coloni nell’ondata di rabbia che ha avuto luogo dallo scorso ottobre è principalmente rimasta alla dimensione individuale e locale; mancando di una visione unitaria e di una leadership nazionale.

La disintegrazione del campo politico palestinese ha inoltre condotto a una crescente oppressione e discriminazione contro le comunità palestinesi in altri luoghi della Palestina e della stessa diaspora. I cittadini palestinesi che si trovano oggi in quella parte di Palestina che diventò Israele nel 1948 devono far fronte a una crescente gamma di leggi discriminatorie. I rifugiati palestinesi in e dalla Siria, Libano e Giordania, così come da altre parti, sono vittime di discriminazioni e abusi. Nel complesso, lo status della causa palestinese ha subito un’involuzione tanto nel mondo arabo quando sul panorama internazionale, una situazione certamente esacerbata dalle guerre interne ed esterne in cui molti paesi arabi si trovano coinvolti.

Eppure la cultura prospera e nutre un’identità nazionale

Oggi, il popolo palestinese non ha né uno stato sovrano né un funzionante movimento di liberazione. Tuttavia, l’identità nazionale palestinese conserva una forza straordinaria, in gran parte a causa del ruolo esercitato dalla sfera culturale nel mantenerne e arricchirne la narrativa. Nel nutrire l’identità e il patriottismo palestinese, la cultura gioca un ruolo di lunga data. Dopo la creazione di Israele nel 1948 e dopo la sconfitta dell’élite politica di allora e del movimento nazionale, la minoranza palestinese in Israele ha sostenuto l’identità nazionale attraverso una fioritura culturale straordinaria – poesia, teatro, musica e film.

Lo scrittore e giornalista palestinese Ghassan Kanafani ha catturato tutto questo in un libro straordinario sulla letteratura della resistenza (al-Adab al-Mukawim fi Filistin al-Muhtala 1948-1966), pubblicato a Beirut nel 1968. Altre figure chiave, tra le quali il poeta Mahmoud Darwish e Samih Al Qasim, il poeta sindaco di Nazareth Tawfiq Zayyad e lo scrittore Emile Habibi – in entrambi i suoi lavori, come The Pessoptimist e il giornale comunista che da lui co-fondato, Al-Ittihad. Negli anni ’50 e ’60 – quando gli israeliani tenevano i cittadini palestinesi sotto controllo militare – letteratura, cultura e arte servivano a rinforzare e proteggere la cultura araba assieme all’identità nazionale palestinese e a una sua narrativa. Questi lavori erano letti in tutto il mondo arabo e non solo, e permettevano ai rifugiati palestinesi in esilio di sostenere la propria identità attraverso continui ponti con la cultura e l’identità della loro terra.

I ‘Palestinesi del 1948’, come sono spesso definiti nel discorso palestinese, hanno giocato anche un ruolo fondamentale nell’introdurre altri palestinesi e arabi al modo in cui l’ideologia sionista influenza le politiche israeliane e i meccanismi di controllo repressivo. Molti studiosi e intellettuali palestinesi hanno lavorato nei centri di ricerca arabi e palestinesi a Beirut, Damasco e altrove; da dove hanno contribuito aincoraggiare tale comprensione.

Da quel momento, la sfera culturale, soprattutto in momenti di crisi, ha offerto più possibilità di quella politica, permettendo ai palestinesi di raggrupparsi attorno ad attività che trascendono i limiti geopolitici, dando vita a varie forme d’espressione culturale e di produzione intellettuale. La letteratura, la filmografia, la musica e l’arte continuano ad essere prodotte – con ritmo crescente– sia da scrittori, direttori e artisti internazionalmente conosciuti, sia da personalità più giovani ed emergenti in Cisgiordania, a Gaza e altrove. Tutto ciò è comunicato in numerosissimi modi – inclusi i social media – e incoraggia legami intra-palestinesi e intra-arabi, così come interazioni transnazionali.

La vitalità del patriottismo palestinese è radicata in una narrativa storica palestinese e attinge dalle esperienze quotidiane delle comunità che fanno fronte dall’esautoramento, all’occupazione, alla discriminazione, all’espulsione e alla guerra. È tale vitalità che forse guida la gioventù palestinese nata soprattutto all’indomani degli accordi di Oslo del 1993 a confrontarsi con i soldati israeliani e i coloni in ogni angolo della Palestina storica. E spiega le immense folle di persone che prendono parte a una processione funebre di giovani palestinesi uccisi da soldati israeliani e coloni; e i tentativi di raccolta fondi per ricostruire le case demolite dai bulldozer palestinesi come punizione collettiva delle famiglie di coloro che sono stati uccisi nell’attuale rivolta.

Tuttavia, sottolineando il significato e la vitalità della sfera culturale non si compensa all’assenza di un efficace movimento politico; con basi solide e democratiche. Dobbiamo imparare dagli errori delle istituzioni del movimento e andare oltre, piuttosto che sprecare energie, tempo e risorse per ripristinare un campo politico disintegrato e defunto. Dobbiamo anche andare oltre quei concetti e quelle pratiche che l’esperienza ci mostra come fallimentari, come ad un alto grado di centralizzazione. La politica deve soprattutto preoccuparsi della gente.

Dobbiamo salvaguardare la nostra cultura nazionale dai concetti e dagli approcci che schiavizzano la mente, che paralizzano il pensiero e la libera volontà, che promuovono l’ignoranza, che santificano l’ignoranza e che rovinano i miti. Al contrario, dovremmo promuovere i valori di libertà, giustizia e uguaglianza.

Abbiamo bisogno di una concezione completamente nuova di azione politica. Una concezione che si sviluppi dal linguaggio adottato dai gruppi più giovani nelle relazioni tra palestinesi e forze politiche all’interno della linea verde. Una concezione che rifletta la consapevolezza profonda dell’impossibilità di coesistere con un’ideologia razzista come il sionismo e con un regime colonizzatore e coloniale che criminalizza la narrativa storica dei palestinesi.

Al centro di questa nuova consapevolezza politica devono esserci quelle comunità palestinesi determinate a discutere, tratteggiare e adottare una serie di politiche nazionali inclusive: questo è sia un loro diritto che una loro responsabilità. È altrettanto importante riconoscere il diritto di ogni comunità a determinare la propria strategia nel contrastare le questioni specifiche a cui deve far fronte mentre partecipa all’autodeterminazione dell’intero popolo palestinese.

Costruire un nuovo movimento politico non sarà facile a causa dei crescenti interessi di varie fazioni e a causa della paura di valori e pratiche democratiche. Di conseguenza è necessario incoraggiare le iniziative che mirano a formare leadership locali, con la maggiore partecipazione possibile degli individui provenienti dalla comunità e delle istituzioni; seguendo l’esempio promettente dei palestinesi del 1948, che si organizzarono in Alti Comitati per i cittadini arabi d’Israele per difendere i propri diritti e interessi, e quello dei palestinesi della Striscia e della Cisgiordania nel corso della Prima Intifada. Il Boycott, Divestment and Sanctions Movement (BDS) è un altro esempio di successo di questo nuovo tipo di consapevolezza politica. Mette insieme fazioni politiche diverse, unioni e organizzazioni della società civile sotto una strategia e una visione unitaria.

Alcuni potrebbero vedere tale discussione come utopica e idealista, ma abbiamo un disperato bisogno d’idealismo nel caos e nella frammentazione che ci avvolgono. E abbiamo una ricca storia di attivismo politico e creatività culturale dalla quale partire.

*Traduzione a cura di Giovanni Pagani/Nena News

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ISRAELE. “Breaking the Silence” accusata anche di «spionaggio»

Destra scatenata contro l’Ong che raccoglie le testimonianze di soldati che «rompono il silenzio» su crimini di guerra e abusi a danno dei palestinesi. Tutto è partito dalle registrazioni fatte in segreto da infiltrati del gruppo nazionalista Ad Kan

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 19 marzo 2016, Nena News – «Il tentativo del primo ministro Netanyahu di chiudere la nostra organizzazione e di colpire soldati e combattenti che si oppongono all’occupazione (dei Territori palestinesi, ndr) deve preoccupare tutti coloro che guardano al futuro dello Stato di Israele». Non si è fatta attendere la replica di Breaking the Silence (BtS) all’avvertimento lanciato dal premier che, dopo un servizio televisivo trasmesso giovedì sera, aveva dichiarato che l’Ong che raccoglie le testimonianze di militari che «rompono il silenzio» su ciò che subiscono i palestinesi sotto occupazione, aveva passato un’altra «linea rossa».

L’anno scorso BtS ha pubblicato un rapporto con decine di testimonianze sulle azioni delle forze armate israeliane durante l’offensiva “Margine Protettivo” del 2014 a Gaza, in cui sono rimasti uccisi oltre 2.200 palestinesi. «Le accuse di spionaggio che ci sono state rivolte sono assurde perché tutte le nostre pubblicazioni sono sottoposte preventivamente alla censura militare», ha aggiunto Yuli Novack, presidente di BtS.

L’accusa di «spionaggio» nasce da un servizio mandato in onda da Canale 2 e costruito in gran parte con le immagini registrate in segreto da attivisti di Ad Kan, un gruppo nazionalista che si è dato il compito di «smascherare» presunte «attività illecite» della sinistra. Attività finalizzate, sostiene il gruppo, a passare informazioni all’estero poi utilizzate per mettere sotto accusa Israele.

Il servizio mostra una infiltrata di Ad Kan che risponde a domande di un membro di Breaking the Silence che sembrano toccare aspetti operativi delle forze armate a ridosso di Gaza e in Cisgiordania. In un’altra registrazione, una attivista di BtS racconta di aver fatto il possibile per farsi assegnare, durante il servizio di leva, alla Amministrazione Civile (che per conto dell’Esercito “governa” i civili palestinesi nella zona C della Cisgiordania) in modo da conoscere meglio le politiche attuate dai comandi militari israeliani nei Territori occupati.

Per diversi esponenti del governo e della Knesset, quelle registrazioni dimostrerebbero il tentativo di ottenere informazioni riservate o segrete. E il ministro della difesa Moshe Yaalon ha ordinato l’avvio di indagini. «Coloro che raccolgono informazioni di questo tipo intendono danneggiare il proprio Stato con mezzi illegali, in un modo che ricorda lo spionaggio. L’affermazione secondo la quale quelle informazioni servirebbero a tutelare i diritti umani è una bugia», ha protestato la ministra della giustizia Ayelet Shaked, figura di spicco del partito ultranazionalista Casa Ebraica.

Parole dure sono arrivate anche da Itzik Shmuli e Eitan Cabel, due deputati laburisti, mentre l’ex ministro Yair Lapid (centrista) ha accusato l’Ong «di provocare gravi danni al Paese, dentro e fuori». L’agenzia stampa dei coloni, Arutz 7, ha dato ampio risalto all’accaduto e ha colto l’occasione per attaccare il New Israel Fund – un fondo che assiste le Ong che operano nel campo dei diritti umani e del progresso sociale – “colpevole” di aver donato a Breaking the Silence tra il 2008 e il 2014, 699mila dollari.

Arutz 7 invece ha taciuto sui finanziamenti al gruppo di “intelligence” Ad Kan che, secondo l’inchiesta svolta nei mesi scorsi dal sito d’informazione Walla, sarebbe finanziato proprio dai coloni, forse con fondi pubblici. A inizio anno, sempre grazie ad infiltrati, Ad Kan aveva registrato le dichiarazioni fatte da un noto attivista della sinistra israeliana, Ezra Nawi, dell’associazione Tayyush che segue le attività di colonizzazione in particolare nel sud della Cisgiordania. Sulla base di quelle registrazioni, mandate in onda sempre da Canale 2, Ezra Nawi e un altro attivista di Tayyush furono arrestati con l’accusa di aver passato informazioni all’Autorità Nazionale di Abu Mazen sulla vendita di terreni arabi ai coloni, mettendo a rischio la vita dei palestinesi disposti a cedere le loro proprietà agli israeliani. La vicenda fece scalpore, per giorni i media israeliani non parlarono d’altro. I due arrestati però furono scarcerati poco dopo perchè non avevano commesso alcun reato.

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La Lega Araba su pressione saudita proclama Hezbollah “terrorista”

Solo il Libano e l’Iraq si sono astenuti, l’Algeria ha espresso “riserve”. La risoluzione approfondisce la frattura tra i Paesi arabi e tra sunniti e sciiti. E potrebbe aprire la strada a una nuova resa dei conti tra Israele e Hezbollah


di Michele Giorgio il Manifesto

Roma, 14 marzo 2016, Nena News – È una risoluzione destinata ad approfondire la frattura tra Paesi arabi e tra sunniti e sciiti, quella adottata venerdì dai ministri degli esteri della Lega araba che proclama il movimento sciita libanese Hezbollah “organizzazione terroristica”. Un passo compiuto su pressione dell’Arabia saudita e che segue una decisione analoga presa dieci giorni fa da Riyadh e dalle altre monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Libano e Iraq si sono astenuti, l’Algeria ha espresso “riserve”. La risoluzione sancisce la trasformazione definitiva della Lega araba in un giocattolo nelle mani delle petromonarchie, lontano dal rappresentare gli interessi di tutti gli Stati membri. Certo, la Lega araba aveva già smesso da lungo tempo di essere una istituzione con un peso politico e diplomatico significativo. Divisioni profonde non sono mancate in passato – è sufficiente ricordare il via libera all’attacco americano contro un Paese membro, l’Iraq, nel 1991 – ma i contrasti fino a qualche anno fa erano frutto di interessi divergenti dei vari Stati. Invece oggi la divisione si manifesta su questioni religiose, come lo scontro sunniti-sciiti mascherato dalla neccessità di rispondere alla “minaccia del nemico Iran” al mondo arabo.

Non avendo avuto la meglio in Siria, Riyadh ora prende di mira organizzazioni avversarie, ovviamente sciite, schierate con Damasco e il presidente siriano Bashar Assad. La monarchia Saud non tiene in alcun conto, anzi guarda con rabbia, che proprio Hezbollah sta affrontando sul terreno, subendo pesanti perdite, i miliziani dello Stato Islamico e di altre formazioni jihadiste e qaediste. Qualche ora dopo il voto alla Lega araba, combattenti di Hezbollah hanno respinto assieme ai soldati libanesi una infiltrazione di jihadisti dell’Isis nella zona di Ersal.

Dopo il voto della Lega araba, il movimento sciita ha scelto una linea di basso profilo, lasciando al suo segretario generale Hassan Nasrallah di commentarlo nel suo prossimo discorso. Un atteggiamento che non basta a placare lo scontro politico in Libano riesploso dopo le decisioni prese dall’Arabia saudita e dal Ccg. Le formazioni che fanno riferimento al “Fronte 14 marzo”, guidato dall’ex premier Saad Hariri, cercano di approfittare delle pressioni su Hezbollah per riguadagnare il terreno perduto. Il movimento sciita, già condannato dai partiti avversari per aver inviato i suoi uomini a combattere in Siria dalla parte di Bashar Assad, ora viene rimprovato di aver incrinato le relazioni tra Libano e Arabia saudita al punto da indurre Riyadh a congelare i fondi per 4 miliardi di dollari promessi alle forze armate libanesi. E nel governo, di cui Hezbollah fa parte a pieno titolo, diversi ministri rimproverano al responsabile degli esteri, Gebran Bassil, di non aver approvato la risoluzione della Lega e di aver scelto l’astensione contro il “consenso arabo”.

Accanto alle conseguenze in Libano del voto contro Hezbollah prima delle monarchie del Golfo e poi della Lega araba, occorre mettere anche quelle prevedibili nella regione. L’isolamento del movimento di Hassan Nasrallah da parte di quasi tutti i Paesi arabi potrebbe spianare la strada al nuovo conflitto tra Israele e Hezbollah di cui si parla da tempo. Il giornale di Beirut as Safir ieri lo rimarcava in un articolo in prima pagina. Tel Aviv percepisce che Hezbollah è più vulnerabile, anche perchè impiega 5 mila uomini scelti (un quarto della sua forza combattente) in Siria. Amos Harel, analista militare del quotidiano Haaretz, ha scritto qualche giorno fa che l’aviazione e l’esercito di Israele stanno sincronizzando le loro operazioni per sconfiggere Hezbollah in una guerra di breve durata. «Sebbene il più probabile scenario di un escalation a breve termine riguardi i tunnel provenienti dalla Striscia di Gaza – ha spiegato Harel – il principale nemico contro cui i militari si stanno preparando è Hezbollah…Il pesante bombardamento nel 2014 del quartiere di Shujaiyeh durante la guerra di Gaza sembra essere un’anticipazione della prossima guerra». Nena News

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Shujayea torna a vivere

Striscia di Gaza. Reportage dal sobborgo orientale di Gaza city ridotto in macerie nel 2014 dai bombardamenti israeliani. Le famiglie palestinesi stanche di aspettare cominciano a ricostruire da sole. Ma l’emergenza sfollati resta alta. Ancora senza casa 88.000 abitanti, metà dei quali bambini

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Shujayea (Striscia di Gaza), 14 marzo 2016, Nena news – È un giorno di festa per i fratellini Hatem e Ahmad, 6 e 8 anni, e per tutti gli altri bambini di questa parte di Shujayea, conosciuta come “Tawfiq”, dal nome della moschea distrutta dai bombardamenti israeliani dell’estate 2014, come gran parte di questo sobborgo di Gaza city a ridosso delle linee di confine. Qui fino alla notte del 19 luglio di due anni fa vivevano circa 100mila persone, oggi è abitata solo in minima parte. «Voglio la nostra casa accanto al campo di calcio» dice quello più grandicello, Ahmad. «Mi porterai a giocare con te, vero?» gli domanda preoccupato Hatem mentre prova ad incastrare due moduli di cartone, due “edifici” della Shujayea che sognano i più piccoli, una città a misura di bambino. Intorno a loro, tra colonne di cemento di una casa in costruzione, altri ragazzini, aiutati da giovani volontari, si affrettano a montare i moduli colorati. La Shujayea ideale per i più piccoli è una iniziativa di due associazioni palestinesi, legata al nome di Vittorio Arrigoni. A sponsorizzarla è il centro culturale italiano di Gaza che porta il nome dell’attivista e scrittore, nonchè collaboratore del manifesto, assassinato cinque anni fa da un sedicente gruppo salafita. «Sono moduli di formazione preparati durante il seminario ‘Ricostruzione ed Educazione’ che abbiamo tenuto a Gaza tra dicembre e gennaio, grazie alla presenza di 20 educatori italiani giunti da Milano. Lo scopo è stato quello di permettere ai bambini di indicare agli adulti in che direzione muoversi per ricostruire a Shujayea», spiega Meri Calvelli, responsabile del centro “Vittorio Arrigoni”.

A dire il vero non è proprio quella che desiderano i bambini la Shujayea che sta rinascendo poco alla volta. Da alcuni mesi grazie all’arrivo di fondi internazionali e arabi (il Qatar in particolare) e ai finanziamenti ricevuti da un buon numero di famiglie che hanno avuto la casa distrutta dai bombardamenti aerei e dalle cannonate, e grazie alla rimozione del 79% delle macerie fatta dall’Undp e da alcune Ong (anche straniere) che hanno lavorato con le municipalità, i palestinesi di Shujayea hanno cominciato a darsi un tetto. Si lavora in fretta, l’urbanistica è una materia abbastanza sconosciuta da queste parti. Però è difficile dare torto a chi aspetta da troppo tempo. Le promesse di miliardi di dollari fatte alla conferenza dei donatori al Cairo nell’autunno del 2014 e mantenute solo in parte, le forti restrizioni imposte all’ingresso a Gaza dei materiali per l’edilizia che solo da qualche mese Israele ha cominciato ad allentare, hanno spinto tante famiglie a prendere l’iniziativa. «Anche la mia famiglia ha ricevuto una piccola somma dal Qatar. Qui siamo tutti muratori e la casa abbiamo deciso di costruircela noi. Siamo stanchi di vivere nei rifugi, la vita è già difficile a casa nostra», dice Amer al Helo, 25 anni, impegnato ad impastare la calce. Anche l’Italia sta dando il suo contributo. «Il nostro finanziamento è di oltre 16 milioni di euro ed è mirato a ridare una casa in tempi ragionevolmente brevi a 28mila palestinesi nella zona di al Nada, a Beit Hanun, non lontano dal valico di Erez», riferisce Vicenzo Racalbuto, direttore dell’ufficio di Gerusalemme dell’Agenzia Italiana della Cooperazione allo Sviluppo. Il progetto, al quale partecipano anche la società italiana “Studioazue” (Architettura sostenibile) e l’associazione palestinese “Dar”, prevede inoltre la redazione del piano regolatore della zona e la ricostruzione, a Gaza city, dell’Italian Mall, un edificio di 17 piani distrutto dall’aviazione israeliana negli ultimi giorni di “Margine Protettivo”, quando furono prese di mira le “torri” di Gaza. Alla fine della guerra oltre a distruzioni immense e a una massa enorme di sfollati interni, si contarono tra i palestinesi oltre 2.200 morti e più di 10.000 feriti. I morti israeliani furono circa 70, quasi tutti soldati.

Servono le case qui a Shujayea e in tutta la Striscia per accogliere decine migliaia di persone che ad un anno e mezzo dall’offensiva israeliana “Margine Protettivo” vivono in alloggi di fortuna, a casa di parenti, in tende, in case prefabbricate, in abitazioni affittate con contributi delle agenzie umanitarie e ancora in qualche edificio scolastico. Sono 88.849: 24.104 uomini, 20.331 donne e 44.414 bambini e ragazzi, secondo l’ultimo rapporto pubblicato da Ocha, l’ufficio di coordinamento delle attività umanitarie dell’Onu. A Shujayea, tra le aree più devastate di Gaza assieme a Rafah e Khuzaa, bombe e cannonate nel 2014 distrussero completamente 670 edifici, altri 608 furono danneggiati gravemente, 576 danneggiati in parte e 1800 in modo limitato.

Tutto cominciò alle 23 del 19 luglio, quando Israele diede inizio all’offensiva di terra contro Gaza dopo quasi due settimane di bombardamenti aerei. Sostenendo che l’ala militare di Hamas aveva sparato 140 razzi da Shujayea, i comandi israeliani entrarono nel sobborgo dopo aver sganciato volantini che invitavano la popolazione a fuggire. Molte famiglie però non seppero nulla di quell’avvertimento, anche a causa della mancanza di energia elettrica che limitava le comunicazioni. All’inizio la Brigata Golani non incontrò particolare resistenza da parte dei combattenti palestinesi. Poi gli uomini scelti di Hamas, quelli delle Brigate “Ezzedin al Qassam”, evidenziarono ottime capacità di combattimento che colsero di sorpresa gli israeliani. Si dimostrarono ben addestrati soprattutto nell’uso dei razzi anticarro. Fino al punto da colpire e far saltare in aria, proprio nella zona della moschea “Tawfiq”, un veicolo corazzato uccidendo i 7 soldati a bordo. I resti di uno di questi, Oron Shaul, assieme a quelli di un altro soldato, Hadar Goldin, ucciso a Rafah, sono ancora nelle mani del movimento islamico. La reazione delle forze armate israeliane fu devastante. Secondo fonti del Pentagono, citate da al Jazeera, quella notte fino al giorno successivo entrarono in azione 258 pezzi di artiglieria che spararono circa 7.000 colpi ad alto potenziale sulle case di Shujayea. Una pioggia di fuoco alla quale partecipò anche l’aviazione. Le vie Nazaz, Shaath e Beltaji si trasformarono in un inferno. Il servizio di pronto soccorso palestinese registrò in quelle ore almeno 200 richieste di aiuto. Le ambulanze tentarono di entrare, quasi sempre senza successo, talvolta a costo della vita di autisti e paramedici. Sotto i bombardamenti migliaia di civili si misero in fuga, tra urla e scene di panico e morte. Secondo fonti di Gaza i morti palestinesi furono 120 di cui un terzo donne e bambini, quasi 300 i feriti. Le famiglie Ayyad, Helo, Sheikh Khalil e Jamal furono decimate. Gli israeliani in quelle ore ebbero 13 soldati uccisi e 56 feriti.

I fratellini Hatem e Ahmad continuano, assieme ai loro amici, a giocare e a “costruire” la Shujayea che vorrebbero. E le agenzie umanitarie internazionali proseguono (lentamente) i progetti di ricostruzione e riabilitazione muovendosi a fatica tra le restrizioni israeliane all’ingresso dei materiali e al boicottaggio reciproco che le due leadership palestinesi rivali, Fatah e Hamas, si fanno dal 2007 incuranti dei danni che provocano alla popolazione di Gaza. Alcuni Paesi arabi cominciano a dare aiuti finanziari concreti. Ma è ancora poco per la Striscia devastata dall’offensiva del 2014, senza infrastrutture, senza acqua, senza lavoro per i suoi abitanti, sotto blocco israeliano da dieci anni. Ed il mondo intanto dimentica la questione palestinese.Schermata 2016-03-14 alle 16.38.56

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Gaza nella morsa dello scontro tra Egitto e Turchia

La pesante accusa rivolta dal Cairo ad Hamas di coinvolgimento nell'attentato al procuratore capo Hisham Barakat potrebbe essere una risposta alle trattative su Gaza che la rivale Ankara sta conducendo con Israele. Per tutti pagano i civili palestinesi


di Michele Giorgio – Il Manifesto
Gaza, 8 marzo 2016, Nena News – Quando ieri hanno letto i titoli della stampa egiziana, i leader di Hamas a Gaza hanno avvertito un brivido lungo la schiena. «Arrestati gli assassini del procuratore generale Hisham Barakat», è stato quello di al Akhbar, giornale megafono del regime di Abdel Fattah al Sisi che, con un sommario inquietante, ha aggiunto «La Turchia ospita la mente dell'operazione e Hamas ha addestrato gli attentatori». Simili i titoli di altri quotidiani egiziani. Il Cairo procede come una ruspa, deciso ormai a travolgere Hamas assieme ai nemici dichiarati, i Fratelli Musulmani cacciati assieme al presidente Mohammed Morsi dal golpe militare del luglio 2013. I rapporti tra l'Egitto e il movimento islamico sono andati peggiorando con il trascorrere dei mesi dopo il colpo di stato. A farne le spese sono stati soprattutto i civili palestinesi. Davanti a loro, che già soffrono da quasi 10 anni le conseguenze del blocco di Gaza imposto da Israele – senza contare i morti e le distruzioni causate da tre offensive militari israeliane del 2008, 2012 e 2014 -, si sono abbassate anche le sbarre del valico di Rafah con il Sinai egiziano, l'unica porta sul mondo che avevano a disposizione per curarsi, studiare e viaggiare all'estero. «Per certi versi, il blocco egiziano di Gaza è persino più pesante di quello che attua Israele. Tutti sanno che Israele è nemico dei palestinesi mentre gli egiziani dovrebbero comportarsi come nostri fratelli», commentava ieri con amarezza Tareq Kahlout, un reporter di Gaza.
Hamas nega, con forza, di essere coinvolto nell'attentato che lo scorso giugno uccise al Cairo Hisham Barakat, il procuratore capo che seguiva migliaia di processi contro gli islamisti messi fuori legge. Un'accusa resa ancora più forte dall'ufficialità dell'annuncio fatto domenica dal ministro dell'interno Magdy Mohamed Abdel Ghaffar, secondo il quale il movimento islamico palestinese avrebbe «addestrato» e «preparato» i militanti della Fratellanza musulmana a compiere l'attentato e «supervisionato l'attuazione» dell'attacco. Il piano, ha proseguito Ghaffar, sarebbe stato ordinato da quadri della Fratellanza fuggiti in Turchia guidati da un medico, Yehia El-Sayed Ibrahim Moussa, imputato in vari processi. «Non è possibile che l'Egitto ci rivolga queste accuse, non hanno alcun senso – diceva ieri il portavoce di Hamas, Salah Bardawil, a margine della conferenza stampa tenuta al Commodore Hotel di Gaza city – «Da tempo cerchiamo di ricostruire buone relazioni con i fratelli egiziani per porre fine all'assedio di Gaza, il punto che più di ogni altro impegna i nostri sforzi. Non abbiamo alcun motivo per agire contro l'Egitto, tutti sanno che i nostri nemici sono soltanto gli occupanti israeliani». Bardawil ha detto che Hamas è pronto in qualsiasi momento, anche intervendo al processo in Egitto, a dimostrare la sua totale estraneità dall'attentato ad Hisham Barakat.
Hamas è stato dichiarato "gruppo terrorista" dall'Egitto il 28 febbraio dello scorso anno. Qualche mese dopo però una corte egiziana ha annullato la sentenza contro il movimento islamico al potere a Gaza dal 2007, lasciando immaginare un miglioramento delle relazioni tra le due parti precipitate al punto più basso dopo il golpe del 2013, quando il regime di al Sisi ha colpito duramente i Fratelli Musulmani e le organizzazioni alleate o affiliate, come Hamas. Le cose però sono andate in modo diverso, di pari passo con il peggioramento delle relazioni tra l'Egitto e la Turchia. Erdogan aveva appoggiato molto Morsi e i Fratelli Musulmani e non ha mancato di condannare il golpe militare del 2013. Il leader turco è anche, assieme al Qatar, uno sponsor dichiarato di Hamas, altro motivo che lo rende un nemico agli occhi di al Sisi. E non deve essere sottovalutato il significato della "riconciliazione" in atto tra Turchia e Israele (sei anni dopo l'uccisione di 10 passeggeri turchi a bordo della nave Mavi Marmara diretta a Gaza compiuta da commando israeliani), vista con diffidenza e sospetto dal Cairo. Ankara e Tel Aviv infatti starebbero negoziando, almeno a dar credito alla stampa locale, anche una serie di misure volte ad allentare l'assedio di Gaza, tra le quali la costruzione di un porto galleggiante, secondo alcune fonti, davanti alla costa della piccola striscia di territorio palestinese. Un progetto che non piace al Cairo che vuole che il porto di el Arish resti il punto di arrivo via mare per aiuti umanitari e materiali diretti a Gaza, assieme a quello israeliano di Ashdod.
«Hamas e i palestinesi di Gaza – conclude Tareq Kahlout – rischiano di rimanere stritolati nel braccio di ferro tra Egitto e Turchia». Nena News

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TERRITORI OCCUPATI. La lotta degli insegnanti continua

Ieri 3.000 docenti hanno manifestato fuori l’ufficio del premier palestinese Hamdallah a Ramallah. Gli insegnanti chiedono un aumento salariale e denunciano il loro sindacato perché, essendo parte dell’Olp, starebbe agendo contro i loro interessi


di Roberto Prinzi

Roma, 8 marzo 2016, Nena News – Continua la lotta dei professori delle scuole pubbliche in Cisgiordania. Nonostante i numerosi checkpoint posti dall’Autorità palestinesi (Ap), ieri 3.000 persone hanno protestato fuori l’ufficio del premier Rami Hamdallah a Ramallah chiedendo una nuova rappresentanza nelle trattative tra Ap e insegnanti. I docenti, infatti, sostengono che i membri del sindacato della scuola affiliati all’Olp [Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ndr] non dovrebbero rappresentare i loro interessi perché la loro presenza “ostacolerebbe” un accordo con il governo palestinese. Secondo molti manifestanti, l’unione degli insegnanti, essendo parte dell’Olp, starebbe provando a sabotare lo sciopero (agendo, quindi, contro i loro interessi) nel tentativo di raggiungere una intesa con il governo palestinese senza aver ottenuto prima il consenso degli insegnanti.

Al momento le due parti restano molto distanti ed è difficile immaginare un compromesso nelle prossime ore. Un incontro di emergenza tra governo e rappresentanti del mondo docenti si era chiuso domenica con un nulla di fatto. Da una parte ci sono i membri del Consiglio palestinese che chiedono ai professori di porre fine immediatamente allo sciopero, dall’altra, invece, gli insegnanti decisi a continuare la loro agitazione finché non verrà implementata l’intesa raggiunta nel 2013 tra il sindacato della scuola e l’Autorità palestinese. L’accordo assicurava promozioni e aumenti salariali agli insegnanti così come l’accesso gratuito alle università pubbliche da parte dei figli dei docenti.

Lo stipendio medio di un professore palestinese è intorno ai 2.800 shekel (circa 600 euro), una retribuzione misera di fronte al costo della vita cresciuto vertiginosamente in Cisgiordania in questi ultimi anni, soprattutto a Ramallah e Betlemme. Il governo palestinese, che già fa i conti con un forte deficit, ha proposto un aumento minimo delle retribuzioni, appena il 2,5 per cento. L’offerta, però, è stata subito respinta al mittente.

Di fronte alle proteste quasi quotidiane del corpo docenti, il governo prova a ostentare sicurezza e calma. “Gli insegnanti palestinesi – ha detto ieri il premier Hamdallah – meritano la nostra ammirazione e stima. Ci stiamo impegnando a trovare una soluzione giusta affinché i nostri studenti possano tornare in classe”. Commentando la manifestazione, il primo ministro ha poi usato toni concilianti: “le persone hanno il diritto di esprimere la loro opinione perché questo fa parte del processo democratico”. Tuttavia, Hamdallah non spiegato perché, ancora una volta, l’Ap ha provato a ostacolare con controlli capillari ai check point coloro che volevano prendere parte allo sciopero.

Non una novità, del resto. Da un mese, infatti, l’Anp usa il pugno di ferro contro lo sciopero della scuola in Cisgiordania. Ha addirittura arrestato decine di insegnanti rilasciandoli solo dopo averli interrogati. A febbraio centinaia di uomini delle forze di sicurezza dell’Anp avevano fatto di tutto per impedire una manifestazione indetta dai docenti a Ramallah sempre davanti alla sede del governo del premier Hamdallah. Anche allora l’Autorità palestinese aveva provato a “chiudere” gli ingressi alla città – proprio come aveva fatto nelle scorse settimane l’esercito israeliano – predisponendo controlli e posti di blocco. Ciononostante, quel giorno (23 febbraio) a Ramallah riuscivano lo stesso a scendere in piazza almeno 20mila insegnanti, in quella che è stata la manifestazione più partecipata contro il governo palestinese.

Agli ostacoli dei check point, si sono poi aggiunte le minacce da parte dell’Ap nei confronti dei professori riottosi: l’Autorità palestinese ha infatti avvisato che avvierà azioni legali contro gli insegnanti che non ritorneranno subito a lavoro. Il capo del sindacato insegnanti, Ahmed Suheil, si è spinto oltre e ha detto che l’intero sciopero non è altro che un “complotto” di Hamas per prendere il controllo della Cisgiordania. In un comunicato rilasciato a inizio mese, il braccio armato di Fatah (il partito di governo) aveva invece sostenuto che gli insegnanti sono “agenti d’Israele il cui scopo è quello di creare instabilità per rovesciare l’unità dell’esecutivo”. Di fronte a quest’ultima tesi, risulta difficile stabilire se più fantasiosa la presunta identità dei docenti o il termine unione associato al governo palestinese.

Sebbene queste dichiarazioni appaiano del tutto esagerate, è vero tuttavia come questo sciopero, nato su questioni salariali, si stia trasformando sempre di più in una protesta politica contro il governo dell’Anp considerato da molti palestinesi corrotto e inutile se non addirittura funzionale all’occupazione militare israeliana. In questo mese di agitazione del mondo scuola non sono mancati poi momenti inquietanti, spie, secondo alcuni commentatori locali, di una profonda spaccatura all’interno della società palestinese. La scorsa settimana un insegnante di Hebron solidale con la lotta dei docenti è stato attaccato con dello spray al peperoncino. Giovedì, invece, alcuni colpi di arma da fuoco sono stati sparati contro le case di due insegnanti: uno contrario alle proteste, l’altro favorevole. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @RobbamirSchermata 2016-03-11 alle 13.56.49

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PRONTI AD OCCUPARE NUOVAMENTE TUTTA LA CISGIORDANIA.

Inutili gli avvertimenti del ministro Zeev Elkin che l'ANP crollerà a breve.


Il governo non si è mai sognato di negoziare con l'Autorità Palestinese.
Se le previsioni del ministro Elkin sono giuste e L'ANP collasserà entro uno o due anni, e che Israele non è pronta per questa eventualità, Israele dovrà gestire tutta la West Bank. Non solo dovranno preoccuparsi degli aspetti della sicurezza, perchè già lo fanno quasi interamente , si dovrà pensare all'istruzione, la salute, il benessere, i servizi comunali e di tutte le altre funzioni della vita di tutti i giorni.
In altre parole, Israele dovrà rioccupare i territori, nominare i governatori militari e stabilire un sistema di riscossione delle imposte, perché nessuno stato arabo o occidentale finanzierà l'occupazione diretta di Israele. Israele dovrà censurare i libri di scuola e giornali, cancellare slogan anti-israeliani e forse anche rilanciare le organizzazioni dei villaggi.
Peggio ancora, questa occupazione diretta probabilmente spingerà i paesi occidentali ad inviare un intervento o forza di difesa ai territori e portare Israele in confronto diretto con le persone che ancora si definiscono i suoi amici. Non c'è nessun altro scenario perché Elkin ha stabilito che nessun leader palestinese eletto potrebbe sostituire gli attuali leader, e l'unico leader possibile, Marwan Barghouti, è in prigione.
Si prevede un'amaro finale - amaro non solo per la PA e il popolo palestinese, ma soprattutto per Israele. In effetti, i palestinesi, se Elkin non l'ha notato, sono già sotto occupazione, e la PA, e il presidente Mahmoud Abbas non è altro che un braccio amministrativo dell'occupazione.
Ma questa è una strana seppur affascinante ipotesi di lavoro. Essa si basa sulla percezione che la PA è in realtà solo un organo amministrativo, che quando scompare scoppierà una sanguinosa guerra di successione nei territori e in Israele. Si presuppone non ci siano leader ambiziosi che possano sventolare la bandiera palestinese quando Abbas lascierà.
Cose simili sono state ascoltate dopo Yasser Arafat, morto nel 2004, ma meraviglia delle meraviglie, Abbas sorse e prese le redini. E anche lui, che Elkin vede come l'ultima goccia di speranza, non è un fenomeno di una volta.
Elkin, uno dei più saggi e più acuti membri del gabinetto, è effettivamente inciampato sopra i suoi avvertimenti, quale soluzione egli offre - negoziare con i palestinesi? Qual'è il punto? Anche se per qualche miracolo il primo ministro

Benjamin Netanyahu ha abbracciato Abbas come partner, Abbas sta per scomparire, come Elkin ammette.

Per saperne di più: http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.706397

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Dal Messico all'Africa, l'oscura storia di Israele nella formazione dei criminali di guerra, di bande e oppressione.

 Nel 1989, per esempio, Israele è stato accusato di addestrare le forze paramilitari di Medellin, appartenenti al mortale cartello colombiano della droga, un gruppo responsabile della morte di numerosi funzionari governativi, polizia e civili.

From Mexico To Africa, Israel’s Dark History Of Training War Criminals, Gangs & Oppression
In 1989 for example, Israel was accused of training paramilitary forces belonging to Colombia’s deadly Medellin drug cartel, a group responsible for the deaths of numerous government officials, police and civilians.

AUSTIN, Texas — Despite its apartheid policies toward Palestinians and other minorities, Israel is often cited as the Middle East’s only democracy and a preserver of human rights within the region.

Not only does this public image sharply contrast with the reality of Israel’s brutal treatment of Occupied Palestine and the country’s institutional racism, but its government also has a history of supporting repressive regimes and human rights violations worldwide.

South of our border, Israel has used its experience in suppressing indigenous uprisings to aid Mexico with the Zapatistas, an ongoing Mayan uprising based in the Chiapas region. Writing in 2013 for Electronic Intifada, a news and activism site focused on Palestinian liberation, Jimmy Johnson and Linda Quiquivix reported that the freshly appointed security chief for Chiapas region, Jorge Luis Llaven Abarca, was working closely with officials of Israel’s defense ministry to train his forces.

“This may be the first time the Mexican government has gone public about military coordination with Israelis in Chiapas,” Johnson and Quiquivix wrote. “Yet the agreement is only the latest in Israel’s longer history of military exports to the region, an industry spawned from experiences in the conquest and pacification of Palestine.”

From Mexico To Africa, Israel’s Dark History Of Training War Criminals, Gangs & Oppression
In 1989 for example, Israel was accused of training paramilitary forces belonging to Colombia’s deadly Medellin drug cartel, a group responsible for the deaths of numerous government officials, police and civilians.
By Kit O'Connell @KitOConnell | March 2, 2016
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Palestinian Akram Abu Roka is treated for white phosphorous burns
In this Sunday, Jan. 11, 2009, file photo shows Palestinian Akram Abu Roka is treated for burns at Nasser Hospital in Khan Younis in the southern Gaza Strip. Human Rights Watch issued a report Wednesday, March 25 2009 that Israel fired white phosphorous shells indiscriminately over densely populated Gaza, and that this is evidence of war crimes.

AUSTIN, Texas — Despite its apartheid policies toward Palestinians and other minorities, Israel is often cited as the Middle East’s only democracy and a preserver of human rights within the region.

Not only does this public image sharply contrast with the reality of Israel’s brutal treatment of Occupied Palestine and the country’s institutional racism, but its government also has a history of supporting repressive regimes and human rights violations worldwide.

South of our border, Israel has used its experience in suppressing indigenous uprisings to aid Mexico with the Zapatistas, an ongoing Mayan uprising based in the Chiapas region. Writing in 2013 for Electronic Intifada, a news and activism site focused on Palestinian liberation, Jimmy Johnson and Linda Quiquivix reported that the freshly appointed security chief for Chiapas region, Jorge Luis Llaven Abarca, was working closely with officials of Israel’s defense ministry to train his forces.

“This may be the first time the Mexican government has gone public about military coordination with Israelis in Chiapas,” Johnson and Quiquivix wrote. “Yet the agreement is only the latest in Israel’s longer history of military exports to the region, an industry spawned from experiences in the conquest and pacification of Palestine.”

In this Dec. 27, 2013 photo, a woman sews part of a traditional skirt in the Zapatista controlled community of La Garrucha, Mexico. Since their uprising 20 years ago, Zapatistas, known by their initials as the EZLN, have lived in secretive, closed-off enclaves they have formed in the half-dozen communities they hold. But in the last five months the rebels have opened up their communities to more than 7,000 Mexicans and foreigners interested in learning about how they self-govern and maintain their independence and way of life. Those invited stayed for a week at a time and lived with a Zapatista family. Members of these communities wear masks to hide their identities when outsiders, interested in learning about how they self-govern and maintain their way of life, gain access to visit them. (AP Photo/Christian Palma)
(AP Photo/Christian Palma)

The Zapatistas in turn have repeatedly voiced their solidarity for the Palestinian people. In 2014, after Israel’s devastating attack on Palestine that left over 2,000 dead, mostly civilians, and over 500,000 homeless, a Zapatista spokesperson condemned Israel’s “war of extermination.”

Comandante Tacho reminded Israel that “the PALESTINIAN people will resist and will rise again, that they will once again begin to walk and that they will known then that, although we are far away on the map, the Zapatista peoples embrace them today as we have before, as we always do, with our collective heart.”

More recently, Israeli weapons and technology firms have helped arm U.S. forces fighting in what journalist Abby Martin termed a secret war at America’s borders.

Further from the U.S., Israel has been widely criticized in the international community for selling arms and military equipment to troubled African states, despite their repeated use in war crimes. An investigation by Adv. Itai Mack and Idan Landau, published in May 2015 by +972 Magazine, a blog devoted to analyzing Israel and Palestine, revealed that “[s]ince the 1960’s Israel has been fighting a secret war in South Sudan” resulting in Israeli-made arms being repeatedly used in war crimes and violations of human rights.

Mack and Landau reported:

“Despite the world’s reaction, Israel’s secret war in South Sudan continues according to reports and information provided by human rights activists who have been, or still are, in South Sudan. Since the country’s independence, Israel has continuously sent it weapons, training government forces and providing various security-related technologies. There is also a cooperation between the two countries’ secret services, and Israeli entities have established an internal control and surveillance system in South Sudan, which they continue to maintain.”

They also noted that Israeli aid for oppressive forces in South Sudan echoes the country’s aid for Rwanda’s despotic government during the 1990s.

And in August 1989, a Los Angeles Times investigation by Kenneth Freed uncovered an Israeli-produced videotape showing Israeli instructors training paramilitary forces belonging to the deadly death squads of Colombia’s Medellin drug cartel. The LA Times reported:

“The 48-minute color videotape clearly showed former Israeli army Col. Yair Klein running military and assassination training exercises for about 50 men, including one known as Vladimir. Other foreigners speaking Hebrew were shown and heard on the videotape.”

Vladimir and other members of the Medellin cartel were arrested that month in connection with the deaths of four Colombian judges and nine court workers.

In a September 2015 analysis for Electronic Intifada, “Israeli arms fuel atrocities in Africa,” Rania Khalek noted that support for oppression can be seen as part of a long Israeli tradition.Schermata 2016-03-04 alle 15.06.06

“Decades of stealing and colonizing Palestinian land and resources has qualified Israel with unique expertise in Schermata 2016-03-04 alle 15.06.22subduing resistance and maintaining colonial plunder,” she wrote.Schermata 2016-03-04 alle 15.06.36

LIBIA. Italia: “Siamo pronti”. A scatenare la guerra

Secondo l’israeliano Debka File, l’operazione potrebbe partire a fine aprile, a guida italiana e in tandem con Egitto e Francia. Sarebbero già in corso addestramenti tra marina egiziana e portaerei De Gaulle

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Roma, 2 marzo 2016, Nena News – L’Occidente si affolla lungo le coste libiche. Aumentano le truppe, aumenta la pressione militare. Dopo le rivelazioni di Le Monde riguardo la partecipazione dei soldati francesi agli scontri via terra a Sabratha e Bengasi, Parigi manda la portaerei De Gaulle di fronte alle spiagge libiche. Lo rivela Debka File, sito di informazione militare israeliano: sarebbero in corso addestramenti congiunti con la marina egiziana, che nel Canale di Suez impiega la fregata Tahya Misr, dotata di sistema missilistico antiaereo. Torna così a galla, prepotentemente, il ruolo del Cairo, burattinaio del generale Haftar e di conseguenza del riottoso parlamento di Tobruk.

E all’Italia l’ordine arriva direttamente dal Pentagono: lunedì Ashton Carter ha dato la benedizione alla formazione di una coalizione guidata da Roma che si lanci in una nuova avventura libica. Il segretario alla Difesa Usa ha detto che Washington «appoggerà con forza» l’Italia che «si è offerta di assumere la guida in Libia». Ovvero la guida di una coalizione che intervenga contro l’avanzata dello Stato Islamico e metta in sicurezza i giacimenti petroliferi. Su questo punto Carter ammette le riserve libiche: «Ai libici non piace l’idea di un intervento esterno straniero e che qualcuno entri nel paese per prendersi il petrolio. Ma quando il governo sarà nato, speriamo presto, chiederà l’aiuto internazionale».

La conferma è giunta ieri dal ministro degli Esteri Gentiloni: «Il livello di pianificazione e di coordinamento tra i diversi sistemi di difesa su un possibile contributo alla sicurezza della Libia è a un livello molto avanzato che va avanti da parecchie settimane». L’Italia, ha aggiunto, è pronta ad intervenire su richiesta del nuovo governo libico.

Richieste ufficiali o meno, siamo già sul piede di guerra: da oltre un mese l’Italia ha messo a disposizione degli Usa la base di Sigonella per lanciare azioni contro l’Isis. Azioni meramente «difensive», specifica il governo di Roma senza spiegare però cosa significhi auto-difesa nel caso di un gruppo jihadista che opera in un altro paese. Così si è giunti, senza autorizzazione né internazionale né tantomeno libica, al raid su Sabratha del 19 febbraio. In più, come spiega al Wall Street Journal il generale Bolduc, comandante delle forze speciali Usa in Africa, a Roma è già stato inaugurato il Centro di Coordinamento della Coalizione.

L’operazione è già sul tavolo. Le fonti militari citate da Debka File raccontano di una campagna in fieri e vicina alla sua definizione: «Le navi da guerra egiziane si sono spostate nel Mediterraneo dopo che il presidente francese Hollande e l’egiziano al-Sisi sono avanzati nei piani di attacco congiunto con l’Italia alle postazioni Isis in Libia. I tre poteri si sono accordati per lanciare l’offensiva tra fine aprile e maggio».

Intanto la Germania è pronta ad inviare in Tunisia, dice il governo di Tunisi, unità speciali che addestrino le truppe libiche a combattere l’Isis. E, notizia di ieri, la Gran Bretagna ha mandato 20 uomini ad addestrare i militari tunisini alla sorveglianza della frontiera con la Libia e ad impedire sul campo l’infiltrazione di miliziani islamisti.

Il fronte Parigi-Roma-Il Cairo potrebbe fare da testa d’ariete dell’intervento occidentale, bramato da molti e in stallo per le difficoltà dei parlamenti di Tobruk e Tripoli a trovare un accordo definitivo sul governo di unità nazionale. A frenare è soprattutto Tobruk, l’esecutivo riconosciuto dalla comunità internazionale, che non ha ancora dato l’ok alla proposta mossa dal premier designato al-Sarraj. Anzi, ieri per la seconda volta in due settimane non si è espresso per mancanza del quorum necessario al voto. Non sono pochi quelli che immaginano che dietro ci sia il boicottaggio del generale Haftar e quindi del Cairo, intenzionati ad ottenere maggiore influenza sul governo che nascerà.

Se ad aprire le danze in Libia sarà il cane a tre teste (francese, egiziana italiana), si prefigura un radicamento dello speciale rapporto che lega il nostro paese al generale golpista al-Sisi. A farne le spese potrebbero essere le indagini sulla brutale uccisione di Giulio Regeni, già ostacolate dalle autorità egiziane.

Sul piano internazionale le preoccupazioni riguardano il possibile tracollo della Libia se costretta a subire un nuovo intervento internazionale: il primo spazzò via il sistema istituzionale del paese, scoperchiando il vaso di Pandora di poteri tribali, paramilitari, secessionisti, islamisti. E il secondo non promette nulla di buono: difficile che chi ha combinato il pasticcio ora ci metta una pezza. Più probabile che la capacità attrattiva dei gruppi jihadisti trovi nuova linfa e che le svariate autorità che gestiscono un paese a pezzi ostacolino l’accidentato percorso verso la stabilizzazione.

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YEMEN. Come l’Occidente infiamma il conflitto

L’Arabia Saudita prosegue indisturbata nella campagna anti-Houthi perché gode del beneplacito di Stati Uniti e Europa. Che continuano a vendere armi sapendo come verranno usate. Dietro, la crescente autorità dell’Iran nella regione

Roma, 2 marzo 2016, Nena News – Medici Senza Frontiere ha paura. Ha paura di riprendere il proprio lavoro nella città di Saada, nord dello Yemen, dopo che la struttura medica in cui operava è stata bombardata a gennaio dai cacciabombardieri sauditi, provocando quattro morti e dieci feriti. Ad ottobre lo stesso destino era toccato ad un’altra clinica, sempre nella provincia di Saada, nel distretto di Haydan, e a dicembre alla clinica mobile nel villaggio di al-Khashabeh, nella zona meridionale di Al Houban.

Un timore fondato visto che ieri le bombe sono di nuovo cadute a soli 20 metri dall’ospedale, costringendo lo staff ad evacuare i pazienti. La clinica si trova nel distretto di Razeh, nella città di Saada, roccaforte del movimento Houthi, radicato nel nord dello Yemen insieme alla minoranza sciita del paese.

L’operazione “Tempesta decisiva” non rallenta, portandosi dietro un carico di morte senza precedenti nel paese: se le Nazioni Unite danno un bilancio di 6mila vittime dalla fine di marzo 2015, la stampa locale parla di 8.300 morti. Di certo ci sono due milioni e mezzo di sfollati e l’80% della popolazione (21 milioni di persone) che non ha più accesso regolare a cibo, acqua potabile e medicinali.

E le stragi di civili si moltiplicano: sabato scorso la coalizione a guida saudita aveva colpito un mercato a nord di Sana’a sabato scorso (30 vittime accertate, 55 secondo fonti mediche) e ieri ha centrato un quartiere residenziale nel distretto di Jabal Bani Yousuf, sempre vicino la capitale: le vittime sono almeno 25, a cui si aggiungono decine di civili feriti.

A nulla valgono gli appelli delle Nazioni Unite che da mesi tentano di portare al tavolo del negoziato le due parti avverse. Non valgono perché non sono accompagnate da alcuna sanzione: l’Arabia Saudita – insieme ad Egitto, Emirati Arabi, Sudan e Qatar – ha lanciato una violentissima campagna militare senza alcuna autorizzazione. Ha però ottenuto il beneplacito (a parole) della Lega Araba e dello stesso Palazzo di Vetro. Tanto basta a Riyadh, che non intende piegarsi agli appelli internazionali, soprattutto perché l’impunità necessaria a proseguire nei massacri gli è fornita dall’aumento vertiginoso della vendita di armi da parte dell’Occidente, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna all’Italia.

Chi vende le armi, sapendo dove verranno usate (per massacrare lo Yemen e per mantenere viva la guerra civile siriana), fornisce indirettamente la legittimizzazione ad un’operazione che ha uno scopo principale: bilanciare il potere diplomatico e politico iraniano nella regione. Una necessità che il fronte sunnita mediorientale condivide con gli Stati Uniti: se Washington ha aperto all’Iran con l’accordo sul nucleare, grande vittoria della diplomazia mondiale, dall’altra è consapevole del bisogno di mantenere bilanciati i poteri contrari nella regione. La giustificazione è una beffa: in Yemen la fornisce la lotta ad Al Qaeda nella Penisola Arabica, il più potente braccio della rete jihadista, target per anni della guerra a distanza Usa, droni senza pilota contro i miliziani.

Eppure al Qaeda, da un anno a questa parte, ha enormemente incrementato la propria autorità sul paese, passando da attività terroristiche ad una vera e propria amministrazione delle zone occupate. Un salto di qualità che le ha permesso di assumere il controllo di un territorio che va da Mukallah ad Aden, maggiore di quello controllato dallo spauracchio saudita, il movimento Houthi.

A pagare sono i civili: “Una pausa umanitaria è drammaticamente necessaria perché la maggioranza della popolazione ha urgente bisogno di assistenza sanitaria – scrive su Counterpunch l’analista argentino Cesar Chelala – L’assistenza medica in tutti gli ospedali pubblici si è ridotta, aumentando il rischio di poliomelite e morbillo. La scarsità di acqua potabile ha facilitato il diffondesi di malattie come la malaria, la dengue, la diarrea, che colpiscono soprattutto i bambini”.

A ciò si aggiunge un altissimo livello di malnutrizione, tra i più alti al mondo: secondo dati Unicef, un milione e 300mila bambini yemeniti sotto i 5 anni soffrono di denutrizione (erano 850mila prima della guerra). Nena News

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ISRAELE. I politici palestinesi minacciano le dimissioni dalla Knesset

Alla base della protesta della rappresentanza politica del settore arabo dello Stato ebraico, la proposta di legge del governo Netanyahu che espellerà i parlamentari per “comportamento non appropriato”

di Roberto Prinzi

Roma, 2 marzo 2016, Nena News – I politici palestinesi d’Israele sono di nuovo sul piede di guerra e minacciano di rassegnare le loro dimissioni dalla Knesset [il parlamento israeliano, ndr] qualora dovesse diventare legge una controversa proposta del governo Netanyahu che permetterà l’espulsione dei parlamentari. La bozza è, in realtà, in fase già avanzata: la Commissione Giustizia, legge e Costituzione della Knesset, dopo un dibattito dai toni molto accessi, l’ha approvata lunedì mandandola in prima lettura alla Knesset per essere votata . Se dovesse diventare legge, un deputato potrebbe essere sospeso dal voto di 90 suoi colleghi (i tre quarti del Parlamento) qualora il suo comportamento venisse giudicato “non appropriato” ovvero “se negasse l’esistenza d’Israele come stato democratico ed ebraico, se incitasse al razzismo, se sostenesse la lotta armata di uno stato ostile a quello ebraico o ad una organizzazione terroristica contro Israele”.

Non è difficile comprendere chi siano gli unici destinatari di questa legge: la rappresentanza araba d’Israele, vista dalla gran parte dello spettro politico israeliano come minaccia interna. A dare sostegno a questa tesi è anche la tempistica: la bozza è stata inviata alla Commissione costituzionale dopo che a inizio febbraio il Comitato etico della Knesset ha sospeso per diversi mesi i parlamentari palestinesi Hanin Zo’abi, Basel Ghattas e Jamal Zahalqa (esponenti della “Lista Araba Unita”) perché “rei” di aver visitato le famiglie dei palestinesi uccisi durante i recenti attacchi contro gli israeliani.

La reazione politica palestinese alla proposta di legge è dura. Durante l’acceso dibattito alla Commissione giustizia, il leader della “Lista Araba Unita”, Ayman Odeh, ha minacciato le dimissioni di tutti i parlamentari del suo partito qualora la bozza avanzata dal governo dovesse diventare legge. Odeh ha sottolineato, in particolare, come l’obiettivo dell’esecutivo di estrema destra israeliano sia quello di colpire i membri di Balad (uno dei 4 partiti che costituisce la Lista Araba Unita), nonostante questi abbiano più volte ribadito la loro contrarietà alle uccisioni di civili israeliani.

Odeh ha poi difeso i colleghi di partito che hanno visitato le famiglie dei palestinesi uccisi dichiarando che sono state compiute per motivi “ufficiali” e che, pertanto, dovrebbero essere trattate come tali. “I parlamentari palestinesi sono stati eletti dal nostro popolo, non dalla destra israeliana” ha dichiarato stizzito in Commissione il leader della Lista Unita. A dargli manforte è stato il parlamentare Ahmad Tibi che ha sottolineato come questa bozza di legge sia l’equivalente dello slogan di destra “morte agli arabi”. “I parlamentari arabi – ha aggiunto Tibi – non hanno causato alcun bagno di sangue a differenza di quelli [israeliani] le cui mani sono sporche di sangue e ne vanno apertamente orgogliosi” riferendosi al leader di “Casa ebraica”, Naftali Bennet, che in passato si è vantato di aver ucciso “molti” palestinesi.

La polemica parlamentare si è poi trasferita sugli schermi del canale 2 israeliano. Partecipando ad un dibattito televisivo, Odeh ha attaccato l’intelligece interna israeliana (Shin Bet) di aver ucciso nel 2004 il leader palestinese Yaser Arafat. Il capo della Lista araba – noto per i suoi toni moderati e per i suoi ripetuti inviti alla convivenza tra arabi ed ebrei – ha accusato, in particolare, l’allora capo dello Shin Bet e oggi parlamentare del Likud, Avi Dichter, di “aver mandato le persone che hanno ucciso Arafat”. La scomparsa del rais tocca ancora oggi un nervo scoperto per molti palestinesi che non credono alla versione ufficiale secondo cui il vecchio leader sarebbe deceduto di morte naturale in seguito ad una grave emoraggia celebrale causata da infezione. Restano ancora molti dubbi sui suoi ultimi giorni di vita soprattutto per l’alta percentuale di polonio radioattivo ritrovata sui suoi resti.

Ma Arafat non è l’unico leader palestinese ucciso per ordine di Dichter secondo Odeh. Accanto a lui, infatti, vi sono anche i due leaderr di Hamas Shaikh Ahmad Yassin e ‘Abdel Aziz ar-Rantisi assassinati a distanza di un mese l’uno dall’altro in due raid su Gaza nel 2004.

La risposta dell’ex capo dello Shin Bet non si è fatta attendere. Sul suo account di Facebook l’attuale parlamentare del Likud (il partito di destra del premier Netanyahu) ha scritto di essere “orgoglioso di aver avuto il privilegio di aver mandato nelle profondità della terra Yassin e Rantisi”. Dichter è poi passato all’attacco: “con la sua infelice dichiarazione, Odeh è diventato il rappresentate dei leader di Hamas alla Knesset e ha ignorato la sicurezza dei cittadini d’Israele, sia ebrei che arabi”.

La proposta di legge che permette l’espulsione di parlamentari per “comportamento inappropriato” potrebbe rendere definitivamente ufficiale quello che è già in realtà è operativo da tempo: l’eleminazioni delle voci palestinesi alla Knesset. Un percorso che è iniziato eccezionalmente a inizio febbraio quando i tre parlamentari della Lista araba unita sono stati sospesi, ma che potrebbe diventare la regola a breve. I tentativi della destra di applicare questi duri provvedimenti legislativi contro i deputati arabi hanno origine già da tempo sebbene non in forma di legge. Nelle ultime due elezioni parlamentari, ad esempio, il Comitato etico della Knesset ha proibito a Zoubi di partecipare alle elezioni. Cosa che si sarebbe realizzata se non ci fosse stato il verdetto contrario della Corte Suprema israeliana. Promuovere una legge del genere potrebbe portare a scavalcare il parere vincolante della Corte Suprema garantendo all’esecutivo maggiore libertà d’azione.

Che i palestinesi d’Israele siano una minaccia non meno pericolosa di quelli dei Territori Occupati apparve evidente lo scorso marzo quando, a urne aperte, Netanyahu postò un video sul suo account di Facebook in cui, rivolgendosi agli elettori incerti, disse di recarsi alle urne perché “gli arabi stanno votando in massa, li portano alle urne con gli autobus”. Accanto alle difficoltà di rappresentanza politica, vi sono poi gli evidenti gap sociali ed economici tra la popolazione araba d’Israele e quella ebraica. Una “discriminazione di diritto” – denunciano i primi – essendo Israele, per atto fondativo, uno stato ebraico. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter: @Robbamir

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IL TRADIMENTO DEI PAESI ARABI SERVI DI ISRAELE.

I ministri dei paesi arabi classificano Hezbollah come organizzazione terroristica

2 marzo 2016 22:07 ·
di Saber Yakoubi –

Riunione sul terrorismo oggi a Tunisi dei ministri dell’Interno dei Paesi arabi. Tra le varie cose è passata con la sola astensione del Libano e nessun voto contrario la condanna di Hezbollah e dei suoi leader, compreso Hassan Nasrallah, quale organizzazione terroristica.
Hezbollah (“Partito di Dio”, di ispirazione sciita) è schierato nel conflitto siriano con circa 6mila uomini a fianco di dell’esercito regolare di Bashar al-Assad e nelle ultime settimane è stato impegnato nella battaglia di Aleppo.
Fondato nel giugno 1982 a seguito del conflitto del Libano meridionale (1982 – 2000), è dotato di un’ala militare e conta 12 seggi su 128 al Parlamento di Beirut

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Petizione per la revoca di ogni accordo di Cooperazione Accademica con Israele.

Facciamo appello all’Università di Cagliari e al magnifico Rettore di prodigarsi in tutti i modi affinché sia cessato ogni accordo di cooperazione accademica con università e compagnie private israeliane, in quanto responsabili di continue e gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani del popolo palestinese.

Chiediamo con la presente la revoca di ogni accordo di Cooperazione Accademica con Israele, e in particolare dell’accordo di Cooperazione in corso tra il Technion-Israel Institute of Technologye l’Università di Cagliari (http://www.unica.it/pub/6/index.jsp?is=6&iso=679).

Dichiariamo pieno sostegno alla campagna #StopTechnion e quindi all'appello lanciato a gennaio 2016 in Italia da oltre 300 tra accademiche e accademici per il boicottaggio delle istituzioni israeliane, in particolare del Technion che riveste un ruolo fondamentale nell'oppressione sistematica dei palestinesi. Link alla campagna #StopTechnion: https://stoptechnionitalia.wordpress.com/

We refuse to be complicit in Israel’s massacre on Gaza and in its occupation and Apartheid regime in Palestine, we refuse to accept any Academic Cooperation with Israeli academic institutions. Their crimes are too grave and too obvious to people of conscience to accept or be silent about. These Israeli policies would not have been possible without the support of other countries. Italian Universities continued cooperation with Israeli academies directly perpetuates Israel’s military occupation. This makes Italian Academies complicit in Israel’s crimes against humanity.

Sign this petition calling on the University of Cagliari and to all candidates for Chancellor to cancel any academic cooperation with Israeli institutions and to refrain from participation in any form ofacademic and cultural cooperation, collaboration or joint projects with Israeli institutions.

Each signature sends an email to the University of Cagliari as well as to all candidates for Chancellor.Schermata 2016-03-04 alle 12.53.55

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